VENTI, BUFERE E… LA ROSA DEL MARCHESE

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NELLA STANZA DELLE GRANDI DECISIONI DEL SINDACO DON PANFILO MAZARA CONSERVATO IL PAVIMENTO DALLE EMBLEMATICHE COINCIDENZE

24 Febbraio 2021 – Ne aveva attraversate, di bufere, quando era sindaco di Sulmona; nel febbraio 1957 il popolo si rivoltò per una delle tante soppressioni di uffici pubblici, la più grave, quella perpetrata di notte, quella quasi ostentata da un prefetto che volle avventurarsi in città con tutto che il commissario di polizia lo sconsigliava.

Panfilo Mazara, l’ultimo dei marchesi di una famiglia venuta dalla Sicilia (che aveva nello stemma un elefante campeggiante) visse da sindaco la avventura di quella che ormai da generazioni era la sua città. A Panfilo era intestata la via del Comune, ma era il nonno. Comunque un nome che non ritrovi fuori Sulmona, scaturente dal primo vescovo di Sulmona e, quindi, marchio di provenienza.

Stava nel suo studio nel palazzo davanti al Comune, al secondo piano (al primo c’era il cugino Vincenzo con la figlia, “la marchesina”). Se andate a visitare le dimore storiche più nobili, troverete che lo studio del letterato o del principe è sempre piccolo. Non più di dodici metri quadrati è questa stanza della passione e della speranza di Panfilo Mazara, che talvolta si rivolgeva da un palco improvvisato al Portale di San Francesco al suo popolo, il popolo che lo amava perché era generoso, tanto che, nove anni dopo i moti, lo elesse al consiglio comunale, quella volta per guidare l’opposizione, con un tale surplus di voti che si trascinò altri quattro consiglieri. Ma nei giorni della bufera su Sulmona, quando le camionette caricavano cittadini disperati, Panfilo Mazara rifletteva e telefonava da questa stanza con la rosa dei venti sul pavimento.

Improvvidi interventi di vari decenni fa hanno rotto il pavimento alla “veneziana” (quello che si stendeva direttamente sul posto) nelle stanze che affacciano verso il campanile. Ma questo della rosa dei venti è rimasto anche dopo i restauri di due anni fa. Chissà se Panfilo Mazara avrà mai avvertito la tentazione di annotarvi il nome dei venti che insidiavano Sulmona: Democrazia Cristiana (lui che era liberale), proprio il partito del governo che soppresse il Distretto militare; Partito Socialista, quello che lo accusava di scarsa risolutezza (e infatti, 35 anni dopo, la storia ha dimostrato che il PSI era il più risoluto a prendere mazzette); Partito degli aquilani, che incassavano un altro ufficio, ottimo per lucrare anche sulle matricole che andavano a passare la visita per l’arruolamento.

Ne aveva tante, di rose dei venti, nel suo studio; come si vede, una ogni quattro mattonelle. Perché tanti erano i vortici, le procelle, gli spifferi. Un altro pavimento soltanto si è potuto salvare: quello della stanza attigua allo studio, che si apriva agli ospiti ogni anno il 28 aprile per la festa di San Panfilo. Altrimenti, era il passaggio per le stanze della madre di “Don Panfilo”, donna Checchina, scomparsa nel 1971 due anni dopo quel suo figlio cortese e grande portatore di voti per le molte concessioni che faceva ai suoi agricoltori, al punto che, come racconta Luciano Angelone, quando don Panfilo morì il Partito Liberale pensò di portare un suo simulacro nei giri in campagna per provare a sostenere che era ancora vivo e poteva prendere ancora altri voti.