“UNA REGIONE DI SANTI E LAVORATORI”

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LA PRESENTAZIONE DI IGNAZIO SILONE AL VOLUME SULL’ABRUZZO DELLA COLLANA “ATTRAVERSO L’ITALIA” DEL TOURING CLUB ITALIANO – LE RIFLESSIONI SUL CONDIZIONAMENTO DELLE MONTAGNE SUL CARATTERE DEGLI ABRUZZESI

19 OTTOBRE 2020 – E’ un Ignazio Silone didascalico quello che presenta il quattordicesimo volume della raccolta “Attraverso l’Italia”, edita dal Touring Club Italiano, già “Consociazione Turistica Italiana” nei tempi della diffidenza per i termini stranieri:

Lo stabilimento dell’Aurum di Pescara

“Il destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo è stato deciso principalmente dalle montagne” scriveva Secondino Tranquilli nel 1948 per quella collana di volumi presentati da altri intellettuali di spicco (su Roma scriveva Ugo Ojetti).

“La natura impervia del territorio ritardò nell’antichità l’unificazione dei popoli di varia origine che l’abitavano, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Vestini, i Marrucini, i quali rimasero separati ed ostili anche dopo che Roma aveva già esteso le sue leggi a tutto l’Occidente. E le stesse cause fisiche contribuirono più tardi a sottrarre la vita abruzzese, almeno in notevole misura e con grave ritardo, al moto umanistico del Rinascimento, all’influenza giacobina delle armate napoleoniche, e alle stesse cospirazioni per l’unità nazionale. Così, al riparo dell’urto immediato dei maggiori avvenimenti storici, quasi sempre considerati con diffidenza ed inimicizia e subiti solo come forzata conseguenza dei mutamenti politici e militari che sopravvivevano nelle regioni vicine, si è formato e consolidato l’Abruzzo; e gli Abruzzesi sono rimasti stretti in una comunità di destino assai singolare, caratterizzata da una tenace fedeltà alle loro forme economiche e sociali anche oltre ogni pratica utilità, il che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto che il fattore costante della loro esistenza è appunto il più primitivo e stabile degli elementi, la natura.

Essi si sono dunque trovati in grave difficoltà per l’elaborazione di una propria storia coerente e di una civiltà propria da proporre alle altre regioni del paese, ma nella condizione più propizia per formarsi un forte e chiuso carattere; come si rivela ancora oggi a chiunque dai piccoli centri urbani ne risalga le anguste valli. La vita vi si svolge tuttora in forme severe, umili, dure, scarne, appena protetta da rudimentali veli e orpelli, e i fatti essenziali della condizione umana (il nascere, l’amare, il soffrire, il morire) vi costituiscono press’a poco “tutto quello che succede”.

Le montagne sono dunque i personaggi più prepotenti della vita abruzzese, e la loro particolare conformazione spiega anche il paradosso maggiore della regione, che consiste in questo: l’Abruzzo, situato nell’Italia centrale, appartiene in realtà all’Italia meridionale.

Roccaraso dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale

A spiegazione di ciò si evoca in primo luogo, e a giusta ragione, la storia: poiché la regione ricevette il nome Abruzzo, verso il 1170, dopo l’annessione al regno di Sicilia; e in seguito – salvo brevi periodi di conquista franca, pontificia e austriaca – ebbe sempre la stessa sorte politica dell’Italia meridionale, trovandosi volta a volta governata dai Normanni di Capua, dai Normanni di Puglia, dai Normanni di Sicilia, dagli Svevi, dagli Aragonesi, dai Castigliani, e infine, dopo il 1759, dalla dinastia dei Borboni designata dalla corte di Madrid a reggere l’intero Reame. I tre secoli di corruttrice, avvilente, retrograda denominazione spagnuola, che precedettero l’unificazione nazionale, furono decisivi per rendere l’Abruzzo, nel civico costume e nell’economia, una regione prettamente meridionale. Ma anche per spiegare questa storia è utile tenere d’occhio le montagne. Chiunque osservi una certa orografia può scoprire come le catene dell’Appennino, che a nord dell’Abruzzo sono disposte in forma di quinte – che vanno cioè da ovest a est, rendono facili gli scambi tra le provincie dei due versanti – formano il grande altipiano abruzzese schierandosi in forma di parallele tra loro annodate da potenti massicci tra i più alti della penisola. Di guisa che la catena Carseolana e Simbruina, la più occidentale delle parallele, prima della costruzione delle ferrovie rendeva assai disagevoli le comunicazioni con Roma; anzi, durante la stagione invernale, come se n’è avuto conferma dopo la recente distruzione delle strade ferrata per cause belliche, rendeva addirittura impraticabili le due antiche strade di accesso, la Salaria e la Claudia-Valeria; mentre le valli del Liri e del Volturno, in ogni stagione, consentono gli scambi col Napoletano. Né la costa marittima, che segna il termine orientale della regione, può considerarsi un’apertura verso il resto del mondo e fungere quindi in qualche misura da naturale compenso per la parte montuosa, poiché quel tratto del litorale è il più rettilineo, il più unito e importuoso di tutto l’Abruzzo. Anzi, la stessa regione costiera non sfugge all’egemonia diretta della poderosa barriera dei monti, dalla quale è privata del benefico influsso dei temperati venti tirrenici e soffre pertanto di una rigidità di clima insolita in contrade marittime della stessa latitudine.

Nel quadro severo delle sue montagne e nelle difficile condizioni di esistenza da esse determinate, il profilo spirituale dell’Abruzzo è stato modellato dal cristianesimo: l’Abruzzo è stato, attraverso i secoli, prevalentemente una creazione di santi e di lavoratori. Dopo averne capito le montagne, che sono il corpo, per scoprire l’interna struttura morale dell’Abruzzo bisogna dunque conoscerne i santi e la povera gente. Si può infatti dire che manchino nella storia locale glorie civili e militari paragonabili a quelle della maggior parte delle altre regioni d’Italia: mentre, durante tutto il medioevo, che fu l’epoca di formazione dell’Abruzzo, e fino al secolo scorso, le anime elette non vi trovarono altro scampo e non vi conobbero altre forme di sublimazione e di genialità all’infuori di quelle religiose. E questo si rivela, a prima vista, anche al forestiero più distratto, per l’assoluta inferiorità costruttiva dell’architettura civile rispetto a quella religiosa: non sono infatti pochi i luoghi d’Abruzzo, tanto urbano che rurale dove, a chiunque abbia gusto ed interesse per le creazioni dell’arte, dopo aver visitato le chiese e i conventi, resta poco o nulla da vedere.

L’Abruzzo è pertanto fra le regioni più cristiane d’Italia. Questa regione che in tutta la sua storia per i suoi duri valichi ed il carattere chiuso, aspro e diffidente dei suoi abitanti, è sempre stata di difficile accesso alle nuove credenze, fu invece tra le prime ad aprirsi al cristianesimo; erano ancora i tempi apostolici e il territorio si chiamava tuttavia provincia Valeria, quando vi arrivò e fu accolto il Vangelo. La nuova religione vi fu professata subito da uomini che l’accolsero in tutto il suo rigore, alieni dalle facilitazioni costantiniane, secondo attesta la memoria di un monachesimo autoctono, diverso da quello farfense e vulturense e anteriore a San Benedetto. Quell’inizio fu poi distrutto dall’estrema violenza dei Longobardi; ma la particolare vocazione ascetica del cristianesimo abruzzese non si spense, chè anzi, nei tristi tempi che seguirono, essa divenne per molti cristiani la forma più accessibile di salvezza ed elevazione da una condizione umana sovente assai dura, servile e prossima alla disperazione. Il monachesimo tuttavia non poteva impedire che nel cristianesimo secolare delle parrocchie si inserissero fin da allora in quantità assai cospicua miti e usanze pagane, raffigurazioni simboliche degli istinti e delle forze naturali, e così tenacemente vi si radicassero da sopravvivere tuttora, rivelando un tratto particolare dell’uomo abruzzese in permanente difesa da un ambiente fisico ostile. Tra le più antiche rappresentazioni sacre dell’Abruzzo c’è appunto un dialogo drammatico tra il corpo e l’anima, chiamato Verbum-Caro: è il contrasto di tutti i tempi e di tutti i luoghi tra l’anima religiosa e la prepotente vita degli istinti; ma in Abruzzo questo contrasto ha assunto un’evidenza estrema. Essere interamente cristiano significò, fin dai primi tempi, fuggire il mondo.

Numerosi cenobi si formarono dunque nelle montagne abruzzesi, specialmente nella Maiella, durante le lotte acerbe che desolarono il paese e lo gettarono in preda alle discordie e al banditismo. Pur evitando l’aperta eresia, quel rigoglio di vita ascetica rimase al di fuori della vita ufficiale della chiesa e accolse in sé, adottandole al proprio genio, le ispirazioni affini delle correnti benedettine, gioachimite e francescane. Così, tra l’altro, si costituirono sulla contrada della Maiella i celestini, anacoreti seguaci della regola benedettina più stretta, riuniti in congregazione nel 1264 per iniziativa di Pietro da Morrone, più tardi papa Celestino V, allo scopo di restaurare l’ideale e il costume del primitivo monachesimo cristiano, assai decaduto nel XIII secolo. E allo stesso fine, e per impulso dello stesso fondatore, sorsero i “poveri eremiti di Celestino”, minoriti rigidi, più tardi soppressi, tra i quali furono accolti alcuni francescani della corrente degli spirituali che aspettavano l’avverarsi di alcune previsioni del calabrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato, e tra l’altro l’incoronazione di un “papa angelico”. Quest’ultima profezia sembrò realizzarsi nel 1292 quando Pietro da Morrone fu eletto Papa; ma fu breve speranza, perché, dopo cinque mesi di penosa esperienza, durante i quali si cercò di compromettere il nuovo papa nelle meschine e acerbe lotte tra gli Orsini, i Colonna e i Caetani che si agitavano nella stessa Curia, egli pronunziò solenne rinunzia al papato, compiendo un gesto senza esempio nella storia della Chiesa. Quell’atto gli valse di essere relegato da Dante, amareggiato in alcune sue illusioni politiche, tra gli “ignavi”, nel vestibolo dell’Inferno (perché “fece per viltade il gran rifiuto”); ma la decisione del monaco posto a scegliere tra due forme di vita che gli apparivano inconciliabili, il papato e la santità, può essere ora giudicata in senso ben diverso,, come atto di cristiana sincerità. E in quel senso San Celestino V è certamente da ammirare come il più abruzzese dei Santi: non si può capire un certo aspetto dell’Abruzzo senza capire lui.

Ma quella decisiva prevalenza dei cenobi e dei conventi nel modellare la struttura spirituale dell’Abruzzo, in quel periodo di sua prima formazione, venne facilitata da molteplici altre circostanze, e tra l’altro dall’assenza di corti principesche nella regione e dal carattere esoso, violento e incolto dei baroni e dei conti, quasi sempre forestieri, che si avvicendavano nei suoi castelli. Non erano pertanto nelle dimore dei vassalli, ma nei conventi, i centri effettivi della storia abruzzese; erano in S. Clemente a Casauria, San Bartolomeo di Carpineto, S. Maria di Picciano, S. Giovanni in Venere, S. Liberatore della Maiella, e anche in Montecassino, benchè fuori della regione. Dal convento di S. Liberatore della Maiella, fin dagli anni tra il 1007 e il 1019, uscirono alcune maestranze di benedettini che diffusero nella contrada un tipo di architettura in cui si ritrovano fusi con semplicità e originalità elementi latini e lombardi; i monaci valvensi nel XII secolo propagarono l’architettura romanica; i cistercensi, venuti in Francia, introdussero più tardi le forme gotiche di Borgogna; finchè nel XIII secolo, fiorirono numerose scuole locali, in gara artistica tra di loro, per opera delle fraterie di Atri, Teramo, Chieti, L’Aquila, Sulmona, Lanciano e della Marsica, che pur nella ricchezza e diversità o eclettismo di stile e nella mancanza di eccezionali individualità, ci rivelano ancor oggi un gusto comune assai elevato, un evidente amore per la sobrietà, la ricchezza, la forza.

E furono tali qualità che più tardi preservarono l’Abruzzo dagli eccessi ornamentali del barocco; come le stesse qualità si ritrovano nella resistenza ulteriore dell’Abruzzo cristiano e medioevale alla modernità in tutte le sue forme. Vi sono ancora oggi molteplici tracce dell’influenza secolare della liturgia cattolica nel costume, nel parlare, nel cantare del popolo. E le leggende popolari tuttora in corso, specialmente nei luoghi di montagna, contengono curiose appropriazioni di fatti e personaggi biblici, per cui Erode, Pilato, la sua domestica, il comandante delle sue guardie ed altri personaggi di quella leggenda sono dichiarati d’origine abruzzese.

Ma il relativo successo di quella conservatrice resistenza e la nota riottosità degli Abruzzesi, anche in epoca recente, ad accettare le novità della civiltà meccanica e le idee e i costumi a essa adeguati, sono da spiegare con altre cause fondamentali, e in primo luogo con le stesse che hanno determinato una persistente prevalenza nella vita abruzzese dell’elemento rurale sull’urbano. Una grande e popolosa città, capace d’iniziativa regionale e nazionale, non si è potuta nel passato formare in Abruzzo, anzitutto perché le tre grandi conche incavate nell’altipiano (il Sulmonese, l’Aquilano, il Fucino) dove era raccolta la maggior parte della popolazione e concentrata l’attività economica, essendo tra loro collegate, prima della costruzione delle ferrovie, da valichi difficili, costituivano compartimenti demografici assai chiusi; inoltre l’Abruzzo, in tutta la sua storia, ha avuto sempre fuori di sé il proprio centro politico e culturale, la propria capitale; e infine col variare delle vicende esteriori, esso ha visto spostarsi lo stesso centro amministrativo regionale, successivamente, da Teramo, a Sulmona, a Chieti, all’Aquila. Per tutte queste cause, lo stato in Abruzzo fu sempre meno forte della società; e i vincoli di affinità più sentiti sono ancora quelli circondariali e diocesani.

I più recenti avvenimenti hanno modificato i dati essenziali di questo profilo spirituale meno di quel che può sembrare a prima vista. Poiché difatti, i terremoti le guerre i rivolgimenti politici e sociali, con i movimenti di popolazione ch’essi comportano, hanno portato a termine, anche in Abruzzo, la diffusione di usi e costumi della città fino nei luoghi più appartati della campagna, favorendo un’assimilazione, almeno nei tratti esteriori, della vita locale con quella più vasta e generica della nazione. Ma il carattere non risiede neppure nella condizione economica; e, d’altronde, nell’Abruzzo d’oggi si può riscontrare una stratificazione dei tipi produttivi più remoti, per cui, chiunque dai centri urbani risalga le valli, passa rapidamente dalla civiltà moderna a quella antica, fin dove la scarsezza d’acqua e dei prati da foraggio favorisce il perpetuarsi di abitudini pastorali primitive, come l’allevamento brado e la transumanza degli ovini. Ma con ciò non si vuole affermare che il carattere abruzzese sia immutabile: essendo stato prodotto dalla storia, esso può essere sciolto e modificato dalla storia. Esso tuttavia resiste a lungo, e si ritrova nei centri moderni, in pieno sviluppo industriale e commerciale, come pure nei poveri lavoratori che spinti dal bisogno hanno abbandonato la patria e si sono stabiliti nelle Americhe, in condizioni di esistenza assai diverse dalle native. E questo perché la storia, che quel carattere ha formato, è stata spesso assai dura, oscura e penosa, in un ambiente naturale quanto mai aspro, tra i più tormentati dal clima, dalle alluvioni, dai terremoti.

Il carattere peculiare dell’uomo abruzzese non tralignato è dunque un’estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una umile accettazione della “croce” come elemento indissociabile dalla condizione umana.”

Nella foto del titolo: lo straordinario fascino di una paranza allestita con velature artistiche mentre prende il largo davanti al porto canale di Pescara