TRESCA FU DI CERTO, MA CHI LA ORGANIZZO’?

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Il busto all’ingresso della villa comunale

IPOTESI SULLA MORTE DELL’ANARCHICO SULMONESE NELLA QUINTA STRADA

1 GIUGNO 2019 – Tranne per il busto che all’ingresso della villa comunale metteva paura ai ragazzini per la testa innaturalmente cilindrica, incorniciata in un barbone professorale, Carlo Tresca non veniva proposto alla riflessione dei sulmonesi fino all’altro ieri, cioè fino al tempo che nella storiografia si espande per vari decenni. Sì, esisteva ed esiste Piazza Carlo Tresca, ma se qualcuno doveva darsi appuntamento lì, faceva prima a dire “Ci vediamo al monumento ai caduti” o “al vescovado”, lanciando l’assist per la battuta di Achille Campanile “al vescovengo”.

Qualcosa è rimasto di Carlo Tresca a Sulmona, ma se si guarda a quello che è rimasto in America si fa subito il bilancio di quella breve parentesi di vita dell’anarchico nato davanti alla Biblioteca comunale e morto nella Quinta Strada a New York con tre plateali colpi di pistola, che generalmente volevano recitare una specie di didascalia: “Si sappia che gli abbiamo sparato”.

Poi in molti si sono chiesti chi avesse ucciso a 63 anni un uomo che non si arrendeva alla vecchiaia e agli accordi anglo-americani-russi per espungere l’Italia dalla guerra e sottrarla alla insurrezione armata della popolazione (proprio quella che volevano in larga parte gli anarchici). E’ stato scritto anche un libro (“Chi ha ucciso Carlo Tresca?”); oggi Enrico Deaglio ne ha scritto un altro, sotto forma di romanzo-giallo: “La zia Irene e l’anarchico Tresca”. E oggi Enrico Deaglio ne ha parlato in Vico del Vecchio, alla sede della CGIL, per dire che, in quanto a ruolo del sindacato, quello di Tresca in America fu un travolgente successo solo in parte giustificabile dal successo dei sindacati negli anni dei grandi comizi e della mobilitazione di massa per formare una compagine di lavoratori unica, non sottoposta agli attacchi concentrici che le forze padronali esercitavano su singole e sparute rappresentanze sindacali.

Ma chiarezza sulla morte di Tresca non si può fare, neanche a distanza di 76 anni da quel freddo gennaio nel quale gli anarchici stavano sugli zebedei di tutti e soprattutto delle belve sanguinarie comuniste come già era apparso chiaro per Trotsky; o anche dei mafiosi, in procinto di riprendersi la Sicilia sulle navi americane dopo esserne stati espulsi dal prefetto Mori. O anche di fascisti, che però erano in fase calante e in parte presi a trarsi in salvo, piuttosto che ad espandersi tra i gangster della Quinta Strada.