SULLE VIE DELLA MUSICA SULMONA SI CONFRONTAVA CON VENEZIA

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NUOVI CONTRIBUTI ALLA STORIA ANCHE DA DOCUMENTI DELLA GLORIOSA ( E INAGIBILE) BIBLIOTECA COMUNALE

5 NOVEMBRE 2019 –  La storia della polifonia sacra tra Medioevo e Rinascimento ha fatto nella nostra regione notevoli passi in avanti, avviandosi verso una più approfondita e sistematica opera di chiarificazione rispetto alla preponderante suggestione della polifonia sacra e profana d’oltralpe. 

In Abruzzo, sebbene l’interesse verso questo specifico settore degli studi storico-musicali è ancora relativamente recente, molte sono state le ricerche che hanno messo in luce nuove fonti musicali fino a qualche decennio fa quasi del tutto sconosciute. Grazie a studi sistematici, unitamente a una metodica opera di trascrizione e revisione, gli sforzi dei musicologi abruzzesi hanno reso accessibile un ampio repertorio di composizioni Medioevali e Rinascimentali, suscettibili di destare nel moderno ascoltare un’attenzione viva e profonda.

Tra gli esempi più rilevanti che testimoniano della conoscenza e della pratica del canto figurato tra XIV e XV secolo, si ricordano i brani di messa raccolti nei libri corali di Guardiagrele (CH), uno dei quali, stando agli studi condotti da Agostino Ziino, è un contra factum di una ballata di Francesco Landini. Vanno altresì segnalati, il manoscritto di Rocca di Mezzo nel quale sono raccolti il mottetto a quattro voci Tu solus facis mirabilia di Josquin Desprès, un Magnificat nell’ottavo tono, un mottetto a quattro voci scritto su testo dell’antifona Adoramus te Christe, opere entrambe attribuite a Laurensius Gasparinus o Gaspard, e, infine, un mottetto a quattro voci su testo dell’antifona Hodie Maria Virgo caelos ascendit di Johannes De Oleo. Degno di nota è anche il frammento polifonico custodito nell’Archivio Capitolare di Atri risalente al 1300.

Nell’ambito di tale produzione rientrano pure i due frammenti cartacei, di autore ignoto, conservati nella Biblioteca Comunale “Ovidio Nasone” di Sulmona, documenti già oggetto di studio alla fine degli anni ottanta da parte di Walter Tortoreto e Agostino Ziino. Il primo frammento, databile intorno alla fine del Quattrocento inizi del Cinquecento, è una versione polifonica a quattro voci dell’inno Iste Confessor. La carta su cui è stato scritto l’inno, è posta come foglio di guardia nel volume contenente rilegati insieme un commento alle Noctes Atticae di Aulo Gellio (Venezia 1493) e un’edizione quattrocentesca di Sallustio (Venezia, dopo 1496). Il brano, purtroppo, si presenta mutilo di alcune parti musicali in quanto la pagina è stata rifilata nei margini esterni. Stando all’analisi effettuata sulla partitura, ne risulta un andamento delle voci semplice e lineare tendente a privilegiare più un tipo di scrittura armonico-accordale che la severità del contrappunto rigoroso. La melodia gregoriana dell’inno compare nel Cantus, quest’ultimo contrappuntato in modo ravvicinato e serrato dall’Altus. Entrambe le voci procedono molto spesso in modo parallelo e con movimento melodico decisamente più spiccato rispetto alle voci più gravi. Le parti del Tenor e del Bassus, seguono un andamento ritmico decisamente più marcato fungendo da solida base armonica su cui le voci superiori edificano il canto. La partitura, redatta in mensurale bianca, la notazione tipica della grande scuola polifonica fiamminga e italiana del XIV e XV secolo, presenta numerose ligature redatte in un tempo imperfetto con prolazione imperfetta.

Il secondo frammento, si compone di due carte su cui sono stati incisi otto sistemi di pentagrammi i quali riportano musicate alcune parti fisse dell’Ordinarium Missae. Sul recto della prima carta ha inizio la linea melodica del Tenor di un Gloria a cominciare dal verso Qui Tollis. Sul verso è in parte riportato il testo del Credo (fino alle parole: et Maria Virgine, et Homo factus est) cantato in duo dal Superius e dal Tenor. Priva di testo si presenta la parte vocale del Tenor trascritta sul recto della seconda carta, mentre sul verso compare un nuovo duo tra Superius e Tenor che, insieme, cantano i versi del Sanctus. Lo stile musicale della composizione, a differenza del primo frammento, segue una condotta rigorosamente contrappuntistica a base imitativa, d’impronta prettamente franco-fiamminga. Anche in questo caso la notazione usata è una mensurale bianca (chiaramente riconoscibili sono le ligature cum opposita proprietate sia nella forma ascendente che discendente, le longæ, le brevis le minimæ e le pause di maxima). I frequenti cambi di tempo, di misura e il mutare il valore delle note mediante coloratura, sottintendono una profonda conoscenza della scrittura mensurale.

Ancora poco si conosce circa la precisa datazione e la genesi dei manoscritti sulmonesi. È certo pero che la filigrana presente sul bifolio (due chiavi incrociate) sebbene rappresenti un punto di riferimento cronologico assai generico, rimanda, stando a quanto segnalato nel catalogo del Briquet, a carte presenti a Roma e a Palermo nel 1484.

Poiché la storia della musica occidentale ha da sempre considerato la polifonia come un chiaro marcatore di complessità sociale e di avanzato progresso culturale, tali testimonianze ci consentono di riconsiderare la posizione socio-culturale delle aree interne della nostra regione ritenute, fino a qualche anno fa, zone “periferiche” rispetto agli altri centri italiani musicalmente e culturalmente più avanzati. Altresì, ai fini esecutivi, i manoscritti peligni assumono una valenza particolare, poiché lascerebbero ipotizzare una reperibilità nella cittadina abruzzese di cantori professionisti, musicisti cioè dotati di una solida preparazione artistica, capaci di sapersi abilmente districare nel complesso intreccio polifonico delle voci. 

Che il territorio peligno fosse estremamente recettivo a coltivare una pratica musicale di matrice “colta” sta a testimoniarcelo la presenza nella Valle Peligna di un’importante compositore italiano del Quattrocento, il presbitero sulmonese Johannes De Quadris. Nato presumibilmente intorno al 1410, fu sacerdote nella diocesi di Sulmona-Valva e la sua attività, per quanto è in nostra conoscenza, si svolse quasi esclusivamente a Venezia come si evince dai Registra Supplicationum dell’Archivio Segreto Vaticano in cui lo stesso si autodefiniva, nell’anno 1450 “musicus et cantor diu in ecclesia Santi Marci de Veneciis”. Il suo servizio in San Marco dovette durare non meno di due decenni, almeno fino al 1456 come testimonia un suo Magnificat in cui è riportata la seguente indicazione temporale “1436 mensis maij Veneciis”. Il Magnificat, come pure il suo mottetto Gaudeat Ecclesia, sono ascrivibili allo stile dell’Ars subtilior, ovvero a quel periodo dell’arte musicale sviluppatasi sul finire del Trecento nel sud della Francia e caratterizzata da una particolare complessità ritmica e di notazione.

Non deve destare meraviglia la presenza a Venezia di un prete proveniente da una diocesi del centro-meridionale come quella di Sulmona-Valva. Forse attratti dalla presenza in terra veneta dell’Università di Padova, o molto più semplicemente dalla possibilità di una incardinazione tra il clero prebendato del Nord, la presenza nelle Venezie di preti e chierici provenienti dalle diocesi meridionali è ampiamente documentata.

Sempre dai Registra Supplicationum, apprendiamo che Johannes De Quadris nel 1450, fece pervenire una supplica a Papa Niccolò V per assicurasi una prebenda legata a un incarico rimasto vacante nella collegiata dei SS. Felice e Fortunato di Aquileia, istanza che non ebbe seguito immediato, poiché lo stesso risulta aver ripresentato la stessa richiesta nel 1452 e successivamente nel 1454. Tre anni più tardi, come risulta dai documenti vaticani, la prebenda risulterà accordata un suo concorrente, beneficio concesso a quest’ultimo con ogni probabilità dopo la morte del De Quadris, avvenuta tra il 1456 e il 1457.

Walter Matticoli

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