“SEGUITE I MIEI VERSI E RIUSCIRETE A GUARIRE ANCHE DALLE PENE CHE VI AVRANNO DATO”

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Publio Ovidio Nasone

INTERVISTA A DANIELA RANIERI SULLA POESIA DI OVIDIO QUANDO SI APRE ALL’UOMO DEL TERZO MILLENNIO UN PERCORSO INEDITO PER CONOSCERE I CLASSICI – LE PEDANTERIE DEL LICEO E L’UNIVERSO DELLE “EROIDI” – L’ESEMPIO (DA EVITARE) ALLA COLUMBIA UNIVERSITY – IL VERO PENTIMENTO PER LO SCHIAFFO ALLA DONNA AMATA

25 DICEMBRE 2019 – Una docente della “Orientale” di Napoli, Cristina Vallini,ha dichiarato al Vaschione, nel Bimillenario della morte di Ovidio, che il Sulmonese era un po’ il Travaglio (tanto con la T maiuscola che con quella minuscola) dell’epoca di Augusto. Di certo “Il Fatto quotidiano”, con Paolo Isotta, che ha scritto di Ovidio come del migliore ispiratore delle arti nei secoli; con Pietrangelo Buttafuoco, che ha scritto della mostra alle scuderie del Quirinale come dell’evento “che lava la faccia dell’Italia dagli sputi dell’ignavia”, è stato il giornale che, senza i fronzoli delle leggi di finanziamento per il Bimillenario della morte del Vate (che hanno fatto la fine oggi acclarata), ha avvicinato il grande pubblico al poeta non organico per antonomasia, all’uomo che ha affrontato la relegazione con dolore immenso, ma con virile dignità, non scalfita dalle ricorrenti suppliche per rivedere la “sua” Roma, il palcoscenico che lo aveva esaltato, forse fino a fargli perdere il senso della distanza tra lui e il potere e delle capacità di rivincita di quest’ultimo.

Daniela Ranieri

Daniela Ranieri è una giornalista del “Fatto quotidiano” che ha assorbito la cultura classica e il messaggio di Ovidio fino a farne chiave di lettura per l’interpretazione dei risultati delle ultime elezioni regionali, se ha immaginato che Beppe Grillo potesse rivolgersi alla sua creatura, il “Movimento” che aveva mandato al governo a Roma senza di lui, come Ovidio si rivolgeva al libro scritto da Tomi affinché si recasse a Roma da solo perché soltanto così non gli sarebbe stato impedito di entrare.

Daniela Ranieri non ha “attualizzato” Ovidio, secondo il metodo bolso degli anniversari; ha, molto più acutamente, onorato il Sulmonese usando le parole di lui per esprimere una immagine giornalistica. Come avrebbe voluto il “Publius Ovidius Naso” quando, concludendo i quindici libri delle Metamorfosi, vaticinava che la morte avrebbe avuto effetto solo sul suo corpo e, se un valore hanno le parole dei poeti, egli sarebbe vissuto nei millenni.

Sempre icastica, ancora più sobria di sempre per essere più incisiva, Daniela Ranieri ha accettato di rispondere alle domande che abbiamo racchiuso in un soffio per non sottrarle tempo e idee al difficile lavoro di una giornalista nel millennio inaugurato da pericolosi segnali sul fronte dell’anticonformismo che tendenzialmente porta alla relegazione. Oggi il castigo si distingue dalle forme dell’editto del Principe e, nondimeno, ha effetti devastanti sulla crescita della vera cultura, non solo della libertà.

Ecco la nostra intervista.

Ha avuto il primo approccio con Ovidio come il “cantore di teneri amori” degli “Amores” o dell'”Ars”, o come l’immaginifico estensore dei più grandi miti classici delle “Metamorfosi”?

Una delle tavole nella edizione delle “Metamorfosi” dei “Millenni” di Einaudi, 1979, con uno scritto di Italo Calvino

Se intendiamo il primo approccio in senso cronologico, l’ho avuto senza dubbio con le Metamorfosi, a scuola. Ma ho conquistato col tempo, con l’intelletto e l’amore, il mio Ovidio.

Lo ha conosciuto al Liceo o all’Università o lo ha cercato in libreria negli anni successivi? E da dove è nata la Sua curiosità?

Quel poema meraviglioso, pieno di tutte le delizie, venne ridotto a uno straccio, al liceo: spiegato male dal professore, parafrasato da noi poveri adolescenti capaci di fare solo quello che ci era stato insegnato, e cioè cavarsela senza imparare, senza amare niente. Una volta raggiunta la libertà di pensare, violentemente offesa dalla scuola, la mia conoscenza di Ovidio è stata invece pienamente sentimentale e intellettuale. Ho scritto la mia tesi di laurea di antropologia culturale sotto l’influsso delle Metamorfosi; e anche la mia tesi di dottorato, incentrata sull’etnografia della somatizzazione, prende molti spunti da quell’opera sulla transgenesi dei corpi. Ma il mio primo Ovidio “sentimentale” è quello delle Eroidi.

Nel 16 a.C. Ovidio scrive questo libro di lettere immaginarie, cioè immaginate da lui, tutte di donne della mitologia (Arianna, Elena, Ero, Didone, Saffo, etc.) che scrivono a uomini che le hanno abbandonate o che le ricambiano ma sono lontani, con tre sole eccezioni di uomini che rispondono. La mia preferita, per me la vetta più alta della Poesia universale, è la lettera di Arianna a Teseo: un concentrato di disperazione. Noi sappiamo che sta per arrivare Dioniso a Nasso a salvarla e a versale musica nelle orecchie, a trasformare il suo dolore in costellazione del cielo. Una baccante è il contrario di una relicta. La clemenza di Ovidio è insegnare al mondo che ogni dolore è soggetto alla transitorietà.

L’altra lettera che mi sta a cuore, sublime commistione di tecnica e stile, è quella che Penelope scrive a Ulisse pochi giorni prima che lui torni a casa. Ovidio sceglie un momento particolare: lui è già a Itaca, ha già compiuto la sua epopea; è il momento in cui il controcampo, come luogo dell’assenza, è al suo massimo. Il filo che li separa e li lega è corto ma tesisissimo, perché lei non sa che lui è vicino: lei vede solo il tempo. Ovidio sa grazie a Omero cosa ha attraversato Ulisse. Ma si domanda: che cosa ha fatto e cosa fa Penelope nel frattempo? Una tecnica cinematografica, oltre che sommamente poetica.

Un raro esemplare delle “Metamorfosi” acquistato dalla Cassa di Risparmio dell’Aquila negli Stati Uniti e ora di proprietà della Banca Popolare dell’Emilia Romagna

E quali sono state le altre tappe del suo incontro con il Sulmonese?

Successivamente ho scoperto una gemma assoluta di Ovidio. Mi colpisce profondamente che nell’1 d. C. (Cristo era un pargolo di età tra i 4 e i 9 anni, dato che come si sa non è nato nello 0) un poeta abruzzese, già anziano, scrisse un libercolo che chiamò Remedia amoris, in cui rivolgendosi ai lettori diceva: “Imparate da me a guarire, come da me imparaste ad amare”. L’autore degli Amores e dell’Ars amatoria, con cui aveva spiegato come fare innamorare chi ha l’ingenuità di cadere di fronte alla tecnica, con questa nuova elegia (l’ironia del genio: insegnare con un insieme di precetti “come disamorarsi” col metro e il registro già deputati al canto d’amore!) si riprometteva di guarire i succubi, gli schiavi, i non ricambiati, insomma coloro con i quali i suoi insegnamenti avevano fallito. Anche se Properzio disse che l’amore è una malattia immedicabile, Ovidio dice che c’è una cura per uscirne vivi. Tra i precetti per guarire da un amore c’è quello di innamorarsi di altri: “È più forte chi può averne più d’una (o uno). Quando la mente, divisa, corre qua e là in due direzioni, un amore toglie forza all’altro”. Si può obiettare: e come faccio a innamorarmi di un altro? Facile, dice Ovidio: leggi la mia Ars.

Si è fatta un’idea del motivo che costrinse Ovidio alla relegazione sul Ponto Eusino?

Il motivo, quale che fosse quello reale e sia che fosse o no corrispondente a quello ufficiale (aver offeso la suscettibilità di Augusto con “un carmen e un error”), è sempre lo stesso da secoli: la violenza del potere contro la bellezza, contro il genio, contro l’alto, che deve sempre essere ammansito e ridotto in cenere, o pelle e ossa e infreddolito, com’era ridotto Ovidio a Tomi.

Venere allo specchio (Tiziano)

Aveva mai letto l’elegia nella quale Ovidio dichiara la sua mortificazione per aver colpito con uno schiaffo la donna del suo amore?

L’avevo letta e ne avevo un ricordo lontano, che ho rinfrescato leggendone sul sito del Vaschione. È un passo straordinario degli Amores, in cui Ovidio esprime contrizione e pentimento per una violenza che deturpa la bellezza della donna. Offre le sue guance alla vendetta di lei: intende ristabilire una impossibile giustizia in amore. Ovidio sa quando essere ironico e quando serio. E nell’essere serio, mai è patetico, sempre è lirico.

La verità svelata dal tempo (Lemoyne, 1735, in Le metamorfosi illustrate dalla pittura barocca, 2003)

Cosa pensa della querelle alla “Columbia University” ove una studentessa ha affermato di essere rimasta traumatizzata delle narrazioni degli “abusi” di Giove sulle ninfe e qualcuno ha chiesto che non venisse più letto Ovidio?

Penso sia una sciagura, il trionfo della stupidità.

Nella foto del titolo: la statua a Publio Ovidio Nasone, realizzata dal Ferrari e inaugurata da Vittorio Emanuele III in Piazza XX Settembre, copia di quella inaugurata nell’Ottocento a Costanza, la Tomi dei tempi del Sulmonese

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