RUSCITTI FRA INTUITO E SCIENZA

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SCOMPARE UN PROFESSIONISTA CON IL SUO METODO AUTOREVOLE

13 FEBBRAIO 2020 – Dopo una breve malattia, che sembra incomprensibile causa di morte nel terzo millennio, Nino Ruscitti non è più tra i suoi familiari, tra i suoi amici, nel Foro. Chi vuol dargli un ultimo saluto, potrà farlo sabato mattina.

Quando il padre, Giovanni, lo propose, fresco di laurea, per la pratica professionale, mi sembrò che volesse coniugare le mie esperienze di giornalista e di avvocato, perché Giovanni mi aveva conosciuto nel lontanissimo 1971 al “Tempo” e nel lontano 1976 a “Radio Giorgio Farina” e mi colpì che avesse apprezzato la mia totale conversione, facendo affidamento sulla continuità del metodo professionale. Ma più della sua fiducia, mi colpì Nino per il suo, di metodo, appena lo conobbi: scrupoloso fino all’ultimo particolare, scrupoloso fino all’ultima verifica, dotato di un intuito che per un avvocato è spesso più importante della cultura giuridica e che in lui si maturava con un costante controllo per evitare fughe in avanti che sono improduttive almeno quanto la mancanza di intuito.

Nei primi tempi prevalse l’impostazione professorale, il dato dottrinale che dovrebbe sempre illuminare chi è alle prime armi ed entra in un’aula di giustizia consapevole del ruolo decisivo che svolge per il suo cliente. Poi Nino, con risorse assolutamente individuali, ha saputo trovare la sua strada per affermarsi con grande autorevolezza, senza interrompere il suo colloquio con i… libri e le sentenze, mai alla ricerca dell’ultima soluzione di giurisprudenza solo perché più recente, sempre formandosi un suo repertorio meditato. In questo aveva una insuperabile chiarezza e visione critica delle cose. Mi sembra di averlo visto maturare per chissà quanti decenni ed invece resto sorpreso nel leggere la sua età: 45 anni, come se questi 22 che ci separano dalla sua laurea fresca si siano estesi in un arco molto più lungo e tuttavia necessario a crescere professionalmente come è cresciuto lui.

Negli anni successivi per me non è stato più il figlio di Giovanni e ho riconosciuto nel suo tratto e nel suo stile il profilo degli studenti che si incontravano alla “Sapienza” nei seminari più che nelle lezioni, quelle persone dalle quali  sembra che spiri un soffio che è qualcosa di più della conoscenza ed ha diretta contiguità con la grande cultura: una chiave per l’interpretazione del mondo e della vita, sempre per lo più con ottimismo, ma con sguardo disincantato e saldamente equilibrato ed autorevole.

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