RINTOCCHI NEL COVID CHE VIBRANO VERSO IL FUTURO

382

LA TRADIZIONE DEL CAMPANILE DELL’ANNUNZIATA RIPRESA NEL NATALE DEL COVID

26 NOVEMBRE 2020 – Ha visto tragedie più cruente della sottile diffusione del coronavirus: una per tutte nel pomeriggio del 3 novembre 1706, quando Sulmona fu scossa dalla replica del terremoto che tre anni prima aveva raso al suolo L’Aquila, ma che lo aveva lasciato ancora alto a svettare sulle macerie, per simboleggiare una capacità di resistere anche alle tragedie. Se si avverte in questi giorni e in queste notti l’assurdo silenzio che avvolge il centro della città, non si può confrontarlo con lo scenario apocalittico delle ore successive al sisma durato un “Pater noster”; oppure alle mute pestilenze che decimarono i sulmonesi. E dire che allora come oggi il campanile della Chiesa e del Palazzo dell’Annunziata, sede di una antichissima confraternita e di un ospedale, si ergeva nella sua sobria architettura. Sono stati gli anni della decadenza a farlo sembrare assente dalle vicende che formicolavano attorno alla sua base.

Ma, come tutte le cose belle e arricchite da un significato profondo, tornò anche per quel campanile l’epoca del maquillage: niente di strutturale, solo il rifacimento delle enormi travi di quercia che reggevano il campanone, per riprendere la tradizione dei trenta giorni precedenti il Natale. Ha suonato anche questa sera per poco più di un quarto d’ora, a smentire l’ipotesi che il Covid facesse tacere quei rintocchi perché non ci sarebbe niente da festeggiare se non nei rituali cenoni della vigilia o nello scambio di doni. Il dolore per i morti e la preoccupazione per i vivi non debbono equivalere alla cupezza grigia del non-vivere; gli attimi o i giorni di questa vigilia del Natale più strano dalla pandemia del 1918 possono essere vissuti senza nessun assembramento, se il Natale ha ancora una chance di conservarsi una ricorrenza dello spirito.

E in questo senso i rintocchi di un quarto d’ora chiamano a raccolta più di quanto faccia una messa e sono più eloquenti di una omelia; tra l’altro, sono così versatili, che ognuno può riempirli delle parole che si aspetta di sentire giorno dopo giorno, sgranando un rosario sempre più corto. Si parla sempre di una costruzione sacra e di una liturgia sacra, ma non per questo divisiva; almeno se non la si interpreta come imposizione di un solo credo. Fare questione di primazia su un ritmo di colpi inferti su un campanone è piuttosto faticoso, anche per un fantasista.

Alla fine, quando la città tace nel soporoso e forzoso adagiarsi sull’immobilità, la preparazione al Natale, sebbene si potrà manifestare nelle limitazioni e nei divieti veri e propri, è l’unico modo di percepire normale un Natale ignoto, come nei secoli scorsi finirono per apparire cose della vita i terremoti disastrosi, le pestilenze, le invasioni e le incursioni aeree. Se il campanile c’è ancora e si avvicina a celebrare i suoi 500 anni, forse vuol dire che avrà una funzione anche per il futuro; se proprio non “andrà tutto bene” (rintocco smodato e più martellante di uno spot pubblicitario), almeno che si potrà contare su un domani in prosecuzione dell’ oggi e di ieri.