REGNI E REPUBBLICHE NON CI METTONO PIU’ LA FACCIA

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Un paralume avvolto da lettere della prima metà del XX secolo: originale creazione di Daniela Di Gregorio Zitella

DECADENZA DELLE POSTE CHE ERANO L’OSSATURA DELLO STATO

9 GIUGNO 2019 – Fino a qualche anno fa regni e repubbliche mettevano la faccia sul recapito della corrispondenza: nel senso che i francobolli riprendevano re e presidenti, personaggi della storia del Paese; ma anche nel senso che per il recapito della corrispondenza esistevano (e venivano rispettati) tempi drastici, tutti elencati nella documentazione di bordo, cioè nel resoconto di viaggio. Una lettera viaggiava sotto scorta, per lo più di militari che dovevano garantire il passaggio nei posti più pericolosi e, per esempio, da Napoli ad Aquila, al passo della Portella vicino Roccaraso. Ben sette militari dovevano respingere ogni attacco dei briganti e non risultano alle cronache casi di corrieri che non siano arrivati. Tutt’al più potevano ritardare “a motivo della grossa neve che esiste nel Piano delle Cinquemiglia”, come scriveva tal Vincenzo, Mastro di Posta di Castel di Sangro il 18 marzo 1804; e non bastava la sua parola (meglio: il suo scritto), perché ci voleva la certificazione di autentica del Luogotenente Emidio Ruggeri. Segno che Gioacchino Murat teneva molto a quella Napoleonica che aveva fatto costruire per unire l’Italia e ristabilire la centralità del suo pur effimero regno.

Ora Re e Presidenti si guardano bene dal mettere la loro faccia sui francobolli per lettere, semplici o raccomandate che siano, che arrivano dopo un paio di mesi, comprese quelle che contengono atti giudiziari e che collaborano con incalliti debitori a rendere vana ogni notifica che non sia fatta per posta elettronica certificata.

Neve e briganti potevano meno di quanto possono ora la sciatteria dei recapiti postali e l’alibi che, comunque, c’è internet che sopperisce ai ritardi e alla congenita ansia del mittente di sapere se le effusioni d’amore o l’assegno di mantenimento (antipodi di storie del cuore) siano giunti a destinazione.

Gaetano Angelo Porrovecchio si rende compiìo ed esauriente narratore di vicende postali del regno di Gioacchino Murat, ucciso a Pizzo Calabro dopo aver dato una ventata di modernizzazione al Sud. Ma Porrovecchio tesse le lodi del ristabilito Regno delle Due Sicilie che organizzò una portentosa rete di “Officine di posta” (più di 140 in tutto il territorio nel 1819 e tutte raggiunte con cronometrica precisione dai corrieri che partivano da Napoli).  Trascrive nell’agile fascicolo “Storia postale di Sulmona dal Regno di Napoli al Regno d’Italia” (presentato ieri nell’ex convento di San Nicola) tutto il monumentale risultato di ricerche pazienti, per le quali nella dedica chiede scusa alla moglie, date le “lunghe assenze dal quotidiano”.

Ma in effetti immergersi nella storia della posta, pensiamo in qualunque angolo del mondo e soprattutto in un Regno che fu tra i primi d’Europa in un contesto di grande dinamismo industriale e, quindi, sociale, significa assorbire tutte le voci che ancora promanano da quelle diligenze dai molti cavalli, in una staffetta di cambi e impellente esigenza di rispettare gli orari, quando i Borbone (cominciano da Carlo III che andò poi a guidare la Spagna intera) spezzarono il mito della insicurezza del transito sul Piano delle Cinquemiglia. “Parte” era un documento fondamentale nel trasporto della corrispondenza: era, in sostanza, una scheda sulla quale il corriere (cioè la principale figura della rete postale, dalla quale dipendevano poi le varie diramazioni per i paesi più piccoli) doveva segnare orari di partenza. Da qui la locuzione “Parte da…” da ogni officina di posta (e quindi il “Parte…”).

Il corriere doveva segnare tutto quello che di anomalo succedeva durante il viaggio, con ovvia priorità per gli assalti dei briganti. Attraverso il corriere era il Re che guardava il suo territorio e rimediava, con la polizia e talvolta con l’esercito, nelle aurore delle rivoluzioni o nelle decadenze di un brigantaggio commerciale, non ancora nobilitato dall’ansia di resistere al colonialismo piemontese. E proprio a proposito del colpo di grazia che il Regno delle Due Sicilie ricevette alla fine di questa narrazione di Porrovecchio, viene la conferma di quanto straccione fosse il Regno di Sardegna, che, impegnato nelle stragi di contadini e proletari, continuò ad usare timbri borbonici fino al 1864, cosicchè neanche ebbe il coraggio di… mettere la faccia sulla corrispondenza, forse unico regno della storia a farcela mettere dal predecessore. In fondo, i Borbone aspettavano per la terza vola di ritornare sul trono dopo esserne stati spodestati; e i Savoia sapevano di rimanervi per poco, come canta Bennato, giusto il tempo di prendersi il Banco di Napoli.

Nella foto del titolo il confine di Stato tra Regno Borbonico e Stato della Chiesa; l’organizzazione postale consentiva di arrivare entro le 36 ore anche nei punti estremi delle “Due Sicilie”