E IL POMERIGGIO ANDAVAMO A VIA DE NINO

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L’AMBIENTE E LE SORPRESE DELLE PROVE DI “A ME GLI OCCHI” CON PROIETTI AL TEATRO COMUNALEGLI INTERMEZZI DEI NOTIZIARI DI RADIO GIORGIO FARINA

3 NOVEMBRE 2020 – Era a ferro di cavallo il tratto di strada che collegava l’ingresso di Radio Giorgio Farina in Via Francesco Pantaleo all’ingresso del Teatro comunale, che allora non si chiamava ancora “Maria Caniglia”, in Via Antonio De Nino. Il primo notiziario quotidiano della emittente radiofonica, radio libera perché non soggetta alle regole del monopolio dell’etere, scoccava puntuale alle ore 14 e durava circa venti minuti. La testata era stata registrata da pochi giorni perché da poco il giudice Massimo Procaccini aveva risolto l’enigma se si potessero considerare testate giornalistiche anche le radio, che non erano stampate, ma che potevano rientrare nel concetto di diffusione a mezzo di sistemi meccanici. Mancavano pochi giorni alla famosa sentenza della Corte Costituzionale che nel giugno 1976 decise che tutte le radio erano libere e che non aveva ragione di essere il monopolio, almeno su scala locale. Giusto in tempo per archiviare il processo intrapreso dal Pretore-Pubblico Ministero nei confronti di Giorgio Farina con una prima convocazione.

Prima dell’altra edizione c’era il pomeriggio pieno di spunti interessanti, perché, con il fatto che RGF si trovava proprio al centro, davanti a San Domenico, tutti coloro che cercavano visibilità davano un’occhiata agli studi e cercavano di intrattenersi con le scuse più varie.

Ma per una settimana quel ferro di cavallo si trasformò in una calamita. Successe quando arrivò la voce (che non aveva bisogno di antenne e di parabole per propagarsi, visto che stiamo sempre parlando di cinquanta metri) che Gigi Proietti stava provando uno spettacolo al teatro. Lo stupore lasciò spazio alla curiosità, perché mai nessuno aveva “provato” al teatro, che era mèta di spettacoli già più che rodati, almeno quelli del circuito dell’Ente Teatrale Italiano. L’altro circuito, quello del Teatro Stabile dell’Aquila (non ancora “d’Abruzzo”) aveva tanti pregi, ma non quello di riempire il teatro; in alcuni casi gli spettatori dovevano essere informati di quando gli spettacoli finissero, perché la trama non era tanto comprensibile e più di una volta al terzo atto gli attori si trovarono con la platea vuota perché le ultime battute del secondo atto erano apparse conclusive. La solennità del teatro, la severità del direttore Vaggelli (un bravo dipendente comunale che aveva le chiavi) incutevano timore anche in quelle ore nelle quali non c’erano guardie, pompieri e bigliettai: si poteva entrare, Proietti non aveva segreti per nessuno.

Proietti sentiva il suo daimon senza farsi distrarre ed aveva una tale condotta austera che nessuno si avvicinava a chiedergli un autografo. Il vocione, forse, consigliava di non fargli perdere tempo; quella voce tonante rimbombava per tutto il teatro anche se non trasmetteva rabbia o fastidio, ma solo ordini oppure ribadiva battute per renderle più convincenti. Poi, avvicinarsi ad uno che fa un monologo è sempre difficile: non si sa quando recita la parte oppure quando parla con l’intruso.

A volte il giorno successivo un “pezzo” era talmente rimodulato che sembrava un’aggiunta, un altro personaggio. Niente per Proietti era fermo; tutto era discutibile. Nella settimana di prove a Sulmona non ha risparmiato un watt della sua energia corporea, non uno del flusso elettrico del suo spirito. Quando decideva di finire la giornata di prove era grondante di sudore, ma non sembrava affaticato; aveva 36 anni, a metà del decennio che non fa sentire fatica e incertezze. Quei pomeriggi nei quali ci spostavamo di qualche decina di metri fino ad arrivare a Via De Nino hanno tenuto aperto il baule degli oggetti che Proietti usava nel suo “A me gli occhi” (ancora senza aggiunta del “please”) ed hanno chiuso lo scrigno dei piccoli segreti del teatro che con la sua accademia Proietti lasciava dietro di sé, al punto che negli anni seguenti il suo nome è rimasto legato ad una fucina che modella il durissimo metallo dell’esperienza per riproporla secondo l’uso di chi sa ipnotizzare lo spettatore, dopo averlo solo invitato a volgergli lo sguardo e a dedicargli un avvìo di attenzione: “Volgete su di me lo sguardo; a me gli occhi”.