PICCOLI GRANDI SACERDOTI IN UNA DIOCESI AGGRAPPATA ALL’APPENNINO

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VISITA DI DON ANTONINO CHIAVERINI A DON CELESTINO TARANTA PER MORTIFICARE UN ANTICO ORGOGLIO

3 MARZO 2020 – Se i confini di un circondario della amministrazione civile si dovessero conformare a quelli delle Diocesi, cioè delle perimetrazioni ecclesiastiche, il capoluogo peligno avrebbe una lunghissima striscia dell’appennino, da Castel del Monte a Palena, cioè un comprensorio che gli consentirebbe di essere davvero la sede dei tre Parchi nazionali dell’Abruzzo: quello del Gran Sasso, quello “Nazionale” per antonomasia, che oggi festeggia il centenario, e quello della Majella. Sono certamente lontani i tempi nei quali il seminario diocesano di Sulmona attirava la cultura e l’ansia di elevazione sociale attraverso quella forma di conoscenza che il Latino assicurava per tutti, anche per i più poveri che avessero ambito a diventare preti. E da Palena veniva don Antonino Chiaverini (NELLA FOTO DEL TITOLO), paziente interprete e classificatore delle pergamene della Cattedrale di San Panfilo, mentre dalle propaggini del Gran Sasso, da Calascio veniva don Celestino Taranta, che poi divenne parroco a Raiano. Don Chiaverini, che alla messa delle 12,30 nella Chiesa dell’Annunziata dispensava eruditissime omelie che non contenevano prospettazioni di mali assoluti per coloro che fossero caduti nel peccato, ma delineava rigorose norme di condotta desumibili dalla vita e dall’esempio di contemporanei dei classici (quasi a dire che il Cristianesimo poteva essere praticato pure nel tempo della Paganità e tanto più nel tempo comodo del Cattolicesimo), viveva a Sulmona con il cuore proteso alla sua Palena, ove venerava soprattutto la Madonna dell’Altare.

Viveva con il ricordo di una comunità alla quale aveva insegnato, nelle rare occasioni di visite di là della Majella, a venerare i Santi, senza respingere il contributo della cultura laica, in quella crescita ecumenica che la Chiesa avrebbe dispiegato nel Concilio Vaticano II e ancora di più nel papato di Giovanni Paolo II; tanto era attento alla Cultura senza stigma che mostrava con un pizzico di orgoglio il… teatro di Palena.

A chiunque abbiamo detto che Palena ha un teatro, anche armonioso seppure piccolissimo, abbiamo dovuto ripeterlo, perché è difficile crederlo; è difficile credere che lo abbia avuto e che lo abbia conservato. Eppure è così; ed è difficile pensare che un luogo che abbia un teatro sia un luogo senza speranza, anche in tempi di spopolamento, cioè nei tempi di oggi. La Diocesi di Sulmona era ampia, dunque, e piena di fermenti policentrici. In una delle peregrinazioni pomeridiane con l’Arcidiacono delle Cattedrale, don Antonino Chiaverini, sfiorammo la abitazione dell’altro polo della organizzazione ecclesiastica diocesana, il don Celestino Taranta, che era stato parroco di Raiano e che, avendo la sua personalità spiccata, non tanto si era completato con la personalità spiccata di don Chiaverini. Ma il gesto di quest’ultimo che intese recargli visita quando si accorse di essere vicino a casa sua, aveva dello straordinario. Entrò a salutarlo con grande cortesia, che non era solo una doverosa formalità; fu molto empatico; il suo parlare a tu per tu denotava quasi affetto, anzi qualcosa di più, come se avesse voluto atteggiarsi con un modulo di amicizia più elevato del normale e del dovuto, di quelli che si sperimentano dopo aver avuto un dissapore e a distanza di anni. L’altro sacerdote fu piacevolmente sorpreso, ma non trascurò di citare a memoria una poesiola che aveva composto diversi anni prima per una iniziativa di don Chiaverini che non condivideva. La rima, che dopo oltre 40 anni ci sfugge per buona parte, finiva con il poco empatico: “… ne pensi un’altra il buon don Chiaverino”, al singolare per licenza poetica. Abbiamo avuto sempre il dubbio che il “benedetto orecchio” (come don Chiaverini chiamava un padiglione che non funzionava proprio e tuttavia era dono del Signore, da accogliere come era stato donato) non avesse consentito di ascoltare appieno quell’acuminato richiamo alla diatriba. Col tempo, e ripensandoci, fummo più propensi a concludere che il non rispondere a quella gettata di sale sulla antica piaga era frutto di saggezza e di superamento cristiano delle proprie acuzie caratteriali. Don Chiaverini si sentiva giunto al compimento della sua vita terrena e non voleva portarsi nell’aldilà una scheggia di ordigno esploso proprio mentre andava a compiere una missione quasi soprannaturale per la mortificazione di ogni anelito alla superbia e all’affermazione del proprio “io”. Si incontravano quel giorno gli antipodi, non solo del territorio diocesano; evento non raro nella comunità ecclesiale che sa arrotondare gli spigoli.

Forse don Chiaverini avrebbe meritato che qualcuno lo ricordasse per quel gesto. Ma, a distanza di tanti anni, delle sue origini palenesi non hanno memoria molti abitanti di Palena e Lucia, mite e timorata cuoca di un piccolo ristorante di là della Majella, si ricorda di un altro, di don Antonino, ma “di Chiaverini veramente no”. Eppure risponde fiera alla domanda se Palena ha un teatro: “Certo che sì”. E risponde felice di poter confermare che la Madonna dell’Altare è venerata dappertutto e se ne è scritto per quanto è conosciuta. Poi di quel piccolo sacerdote, che in una visita ad Assisi fu felice di scoprire di stare a perfetta misura nella nicchia dove si era nascosto San Francesco per sfuggire alle ire del padre, si potrebbe dire che ha raccolto e catalogato,  dopo averle tradotte, centinaia di pergamene dell’archivio della cattedrale; oppure che ha completato la storia della Diocesi con gli ultimi volumi in prosecuzione dell’opera di Mons. Celidonio, con il commento ai Regesti dell’Abbazia di Montecassino presi dalla Badia celestiniana all’epoca della soppressione; oppure che l’Accademia Cateriniana di Cultura, presieduta dal minuto e autorevole predicatore della Messa delle 12,30, abbia chiamato a tenere, nei lontani anni Cinquanta, conferenzieri di spicco come Pietro Rescigno scorgendo in loro le qualità di giovani promettenti (il che non è scontato, neppure per i migliori maestri). Ma l’essenziale è che le opere si siano realizzate, sebbene sia sbiadito il legame con gli autori: “Sì, dice lo spirito, si riposino delle loro fatiche, perché le loro opere li seguiranno”, che è poi frase immensa, ripresa prima della introduzione del laicissimo Manuale di Diritto Amministrativo di Aldo Mazzini Sandulli.