PAOLO BRUNORI, L’ABRUZZO IN UNA TASTIERA

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Paolo Brunori, primo a destra, in una conferenza a Sulmona nel 1978 sull’etica nelle professioni

LA SCOMPARSA DEL GIORNALISTA ARTEFICE DEL “TEMPO” DELLE PROVINCE

8 GENNAIO 2020 – Si è spento l’altra notte Paolo Brunori, sostanza e spirito del “Tempo” delle province dagli anni Sessanta fino al 1987. Lo assediavano patologie che gli toglievano il fiato, ma che non hanno mai indebolito il respiro dei suoi pensieri e, quando era a pochi giorni dal compiere gli 88 anni (il 16 gennaio), non gli impedivano di pensare ai programmi di medio termine: “L’esperienza non ci servirà molto” disse in una riunione plenaria di tutti i corrispondenti davanti al direttore Gianni Letta nel 1986, una settimana prima che uscisse “Il Centro” per dare concorrenza alla storica testata fondata da Renato Angiolillo e ricca di un inserto di otto pagine per l’Abruzzo: “L’esperienza serve solo a farti sapere che dopo quel ponte c’è una curva. Ma ci vogliono idee per vivere davvero”.

Se a scrivere di Paolo Brunori è un giornale che si stampa in Abruzzo dopo oltre 32 anni dall’abbandono del “Tempo” nel quale aveva dato l’anima è perché Brunori conosceva dell’Abruzzo tutto e tutti, pur essendoci venuto pochissime volte, per lo più per giocare a pallone da attaccante di serie B nel dopoguerra fino alle amichevoli tra giornalisti della testata negli anni Settanta. Ma il suo punto di osservazione era la scrivania di chi coordinava l’edizione dell’Abruzzo quando era diventata di 14 pagine. In una conversazione con il cronista del Vaschione e con Francobaldo Chiocci, altra colonna del grande “Tempo” fatto da giornalisti chiamati personalmente da Angiolillo, mentre si stava a poca distanza dalle sponde del Tevere e da Piazza Colonna, aveva dipinto un quadro ricco di particolari e sfumature dell’Abruzzo come solo un filosofo e un giornalista possono dipingere.

Il respiro dei suoi pensieri e dei suoi programmi era ancora così possente che non veniva neppure di chiedergli quanti anni avesse e per quanti ancora intendesse gettare le basi. Si era reinventato daccapo nel 1987, quando un atto di orgoglio lo aveva scosso nelle fibre più profonde e si era dedicato a fondare giiornali e rafforzare il piccolo impero di testate di Ciarrapico, seminando dalla Ciociaria a Bergamo il suo concetto anglosassone della missione giornalistica: scrivere quello che il giornalista sente e quello che sa, senza intermediazione e per nessun altro scopo che conservare un filo diretto con i lettori, come sorprendentemente si limitò a fare proprio per un fatto di cronaca nera a Sulmona, nel quale c’era stata una sgradevole appendice sbirresca. Per questo, la maggiore gioia che potesse regalare al cronista che aveva visto entrare sedicenne nella redazione province fu quella di proporgli di diventare corrispondente per Sulmona e l’Alto Sangro in una testata che stava per fondare in Molise, nel 1994, quando ormai anche per quel cronista il legame con Il Tempo si era spezzato e aveva dovuto cedere a quello per una professione diversa.

Si era fatta una idea dei campanilismi abruzzesi, ma dal Palazzo Wedekind, che ospitava Il Tempo, conservava una visione cosmopolita della funzione del giornale e proprio nella intervista di due anni fa faceva notare che il campanilismo non è il male peggiore dell’Abruzzo. Ce ne sono altri e lui, almeno fino al tempo di quella intervista dell’ottobre 2017, avrebbe avuto il respiro possente per farsene una idea e progettarvi cento o mille pagine di giornale. Come fa un vero giornalista, che può dare l’anima per il giornale che scrive e che può darne altre per fondare altri giornali. Senza mai perdere il respiro.

I funerali di Paolo Brunori si sono tenuti nella Chiesa del Sacro Cuore di Cristo Re in Viale Mazzini a Roma, alla presenza di Gianni Letta, direttore del “Tempo” fino al 1987, e di decine di giornalisti della grande testata romana dalla fondazione nel 1944.

Nella foto del titolo la redazione del Tempo in Corso Ovidio 135 con la bella insegna in “Old England” realizzata da “Gaby Neon” di Gabriele Monticelli.

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