OVIDIO, CHE ACCOMPAGNA L’UOMO NUOVO

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SIGNIFICATIVE AFFILIAZIONI SPIRITUALI ALL’ALBA E ALLA FINE DEL CINQUECENTO TRA GLI ARTISTI E GLI UOMINI DI SCIENZA

I GENNAIO 2021 – Miguel de Cervantes (nell’immagine del titolo) concluse la sua travagliata esistenza dieci giorni prima che spirasse Shakespeare e non molto dopo aver concluso il “Don Chisciotte”; era il 23 aprile 1616; venivano da un secolo, il XVI, che era stato permeato dall’influenza di personaggi di rivoluzionaria statura di artisti e di scienziati, come quella di Leonardo da Vinci, scomparso nel 1519. Deve avere un significato se tutti e tre questi giganti si sono ispirati alle narrazioni di Publio Ovidio Nasone e ne hanno fatto un modello? E, posta in altro modo la domanda, gli uomini dell’epoca del Rinascimento sono stati illuminati, prima ancora che l’Illuminismo di due secoli più tardi condizionasse altri artisti ispirati da Ovidio, come Goethe, in buona parte anche Mozart?

Evidentemente sì, e la chiave di interpretazione dei continui tributi di questi artisti all’arte di uno dei massimi poeti della classicità deve essere trovata in una specie di filiazione che ha caratterizzato le loro opere. Cervantes, con la prevalenza del fantastico e dell’allusione studiata, giunge a usare il termine “Ovidio” come sinonimo di poeta, essenza stessa dell’arte della poesia; capostipite, se si vuole.

Ed è ancora Cervantes che nel prologo del suo capolavoro dimostra di aver letto e comparato i personaggi del Sulmonese, se abbina l’immagine di questi a quella che tra i suoi personaggi che è stata tratteggiata con maggior profondità e maggiore introspezione psicologica, cioè Medea (e questo fa giustizia di tutto il ciarpame che si è scritto su Ovidio come compiaciuto autore di versi licenziosi e contrari alla morale, se mai non bastasse la sua esplicita affermazione di aver scritto Amores e Remedia solo perchè era materiale di moda).

Della stesa età è Shakespeare, che sembra vestire di altri nomi, Romeo e Giulietta, i protagonisti di un episodio altrettanto tragico, come quello di Piramo e Tisbe, nel IV libro delle “Metamorfosi”. Cento anni prima era scomparso Leonardo, che portava nei suoi viaggi pochi e preziosi libri, tra i quali le “Metamorfosi”, appunto, e che, secondo studi anche recenti, è stato fortemente influenzato da Ovidio.

Peraltro, al di là delle ispirazioni artistiche che sono evidenti in Shakespeare, come più di recente ha illustrato una giovane ricercatrice di Pescara, e in Cervantes, si può indagare con successo sulla influenza che le tematiche (più ancora delle poetiche) di Ovidio hanno esercitato ogni volta che l’Uomo ha intrapreso un cammino nuovo: nei decenni a cavallo del Quattrocento e del Cinquecento e poi in tutto il Cinquecento, in quella parentesi di ritrovata fiducia nella ragione che caratterizzò il Settecento di Goethe, di altri pensatori, e di Mozart. L’Uomo Nuovo che usciva da quel processo di filiazione ideologica verso l’età classica era l’uomo che studiava i miti per ascendere alla purezza, sebbene con gli incagli della incompiutezza e dei fallimenti reiterati, come di sconfitte, umanisticamente parlando, racconta Ovidio per Fetonte (il più impressionante e di certo non solo primo  cronologicamente nella esposizione delle Metamorfosi), per Atteone e cento altri sconfitti sui quali si versa la pietas tipica dell’età classica, generoso atteggiamento all’epoca della Roma intesa come macchina da guerra, incalzante con i nemici e peraltro pronta ed organizzata per risollevarli e inquadrarli nell’Impero.

Dunque è restrittiva la definizione di Ovidio come poeta che affascinò il Medioevo, per una sorta di magìa che promanava dalle trasformazioni e dalle stesse “mutate forme”. Occorre, invece, trasferire l’indagine e centrarla sui motivi per i quali artisti e filosofi che hanno impresso una svolta al cammino dell’umanità in periodi cruciali siano stati così influenzati dalle opere di Publio Ovidio Nasone, talvolta con espressa professione, talaltra portando con sé le più significative opere del Vate. Si scoprirà così, forse (è solo una chiave di lettura), che l’esposizione dei miti e delle vicende di Medea come di Fetonte, di Didone come di cento altri personaggi sono frutto di fantasia del grande inventore e classificatore che fu Ovidio, ma anche espressione di un modo di essere al mondo legato al concetto di morale e a quello di responsabilità per le proprie condotte; di approvazione e di condanna da parte di immortali entità dello spirito; quindi di preparazione alle epoche nelle quali l’Uomo è al centro del processo della trasformazione della realtà che lo circonda. Nè più, nè meno di quello che pensavano artisti e uomini di pensiero mentre si nutrivano dei racconti di Ovidio, tutt’altro che fini a se stessi, che portavano nel loro bagaglio, materiale e spirituale.