OVIDIO A LEOPARDI: “GIACOMO, NON FARLA COSI’ TRAGICA…”

190

MITI E LETTURE A CONFRONTO A MARGINE DEL DILUVIO UNIVERSALE

10 GENNAIO 2021 – Si può parlare dei miti con gioia. Oppure no. Si può avvertire un flusso di energia rigeneratrice dalle storie fantastiche; oppure ci si può deprimere calcolando quali energie i protagonisti debbano impegnare per contrastare il destino segnato dagli dei e finendo per non rigenerarsi neanche in caso di miglioramento abissale della propria condizione.

Publio Ovidio Nasone appartiene alla pattuglia di poeti che descrivono gli aspetti felici di quanto accade agli umani nel loro incontro con gli dei. Non che sia lieto per impostazione dogmatica. Ma, anche quando piange sul destino di creature degradate nella loro trasformazione o addirittura annientate dagli eventi (come non pensare a Ciparisso, che dà il nome al cipresso da bel giovane che era, ad Atteone, a Fetonte, a Narciso…) esterna la pietas che non è propensione al… suicidio.

Leopardi vede nero anche quando il genere umano risorge dal diluvio universale. E’ il caso di andarci piano con questo pessimismo travolgente, se 1800 anni prima qualcun altro ha saputo vedere luce dove luce non si trovava subito.

Deucalione e Pirra, che, detto incidentalmente, sono stati tra i protagonisti del Bimillenario della morte di Ovidio organizzato da questa testata giornalistica e tenuto al tempio di Ercole Curino, si trovano soli e sono preoccupati di essere gli epigoni del genere umano. Ma la loro curiosità, dunque la loro energia, li porta a chiedere il responso di oracolo e, interpretando (quindi facendo uso nobile delle loro facoltà di intelletto) la risposta oracolare, fidandosi del criptico responso, lanciano dietro se stessi i sassi che incontrano sul cammino, con grande meraviglia scoprendo che da questi sorgono nuovi uomini. E il genere umano si moltiplica.

Giacomo Leopardi, quando nelle sue operette morali si riferisce a Deucalione e Pirra, scrive di coniugi votati alla morte. Come può essere preso da pensieri e desideri di morte chi ha quella energia di non abbandonarsi alla tragedia? Come può essere infelice chi viene a scoprire di essere il tramite per impedire l’estinzione della propria specie? Infelice sarà il pastore che nell’Asia si confronta con i muti silenzi e l’ingovernabile natura che lo circonda. Ma il Deucalione e Pirra di Ovidio sono l’inno alla gioia. Non per niente, quando Sista Bramini li ha rappresentati ai piedi della scalinata del tempio di Ercole Curino, ne ha tratteggiato delle linee, nel viso, di stupore compiaciuto, in qualche istante di grottesca sorpresa; comunque di gioiosa percezione del panorama che attorno a loro si trasformava. Correggere il “giovane favoloso” di Recanati non si può, su iniziativa di una testata giornalistica. Però lo fa senza mezzi termini chi ne ha autorevolezza: Paolo Ruffilli che commenta da par suo le “Operette morali” nel volume che Garzanti ha dedicato tanto a questo capolavoro di Leopardi che ai profondi “Pensieri” del Recanatese; edizione del 1990, pag.  12. Ruffilli inserisce una nota laddove Leopardi scrive: “Ora poiché fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa poter maggiormente giovane alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero nè deplorassero il fato comune”.

Il notista scrive che “per il mito di Deucalione e Pirra, il riferimento va alle Metamorfosi, I, vv. 318 sgg; anche se i protagonisti in Ovidio tengono un ben altro atteggiamento, di pietas, verso gli dei e nei confronti dell’alto compito a cui sono chiamati”.

Nei nostri incontri con lettori diventati appassionati di Ovidio abbiamo condiviso che la cupezza non era del Sulmonese; in nessun topos della sua opera monumentale si legge l’auspicio dell’annientamento del genere umano. Qualsiasi colpa, per Ovidio, non può portare alla disperazione e la sua descrizione di trasformazioni nefaste, a carico di protagonisti incolpevoli, viene a confermare che nei suoi miti non si rinviene la contabilità del bene e del male e l’assolutezza del castigo, la sua irreversibilità. Per questo ogni creatura ha diritto al suo percorso, anche quegli animali che, nell’ultimo dei libri delle Metamorfosi, non possono essere distolti dalla evoluzione spirituale e non possono essere uccisi per essere divorati perché questo significherebbe l’interruzione della trasformazione. E tutto questo descrive un atteggiamento positivo, questo sì felice: quella che i cristiani, secoli dopo, chiameranno la laetitia e che più laicamente può essere sempre definita, semplicemente, gioia; da non sprecare con l’augurio di dissolvimento e da non sottoporre alla… metamorfosi dell’imbruttimento con il ricorrente e ossessivo bilancio delle sventure, sempre connotato dal profondo rosso.