ORA LA SANITA’ TORNA UN ARGOMENTO SERIO

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GLI ANNI SUCCESSIVI ALLA FASE ACUTA DELLA PANDEMIA DOVRANNO RIPORTARE UNA PRESENZA CAPILLARE SUL TERRITORIO – LE INVALIDITA’ PROVOCATE DAL VIRUS SONO DIFFUSE E RICHIEDERANNO CURE COSTANTI, INCOMPATIBILI CON GLI ASSETTI TRACCIATI DA CHIODI E D’ALFONSO

14 MAGGIO 2020 – La reazione dell’organismo al coronavirus è talmente acuta da coinvolgere vari organi (in particolare polmoni, fegato e reni) e da lasciare devastato il corpo di coloro che scampano alla morte: rimangono inabili con percentuali più o meno alte, ma mediamente del 30%. Queste informazioni, divulgate negli ultimi giorni,  vengono dal primario di cardiologia dell’ospedale “Sacco” di Milano, Maurizio Vieccia e sono sostanzialmente confermate da Luca Lorini, direttore delle terapie intensive di Bergamo, da Luca Richeldi, pneumologo del Gemelli di Roma e da Massimo Galli, anch’egli del “Sacco” di Milano.

Non è un quadro rassicurante, ma è la base per intraprendere una seria politica di espansione dell’apparato ospedaliero sul territorio, apparendo del tutto incongruo e forse anche operativamente irrealizzabile che tutti coloro che da qui a quattro o cinque anni andranno a formare questa platea di malati cronici vengano assistiti solo nelle grandi città. E’ il sistema sanitario nazionale nel suo insieme a dover programmare canali di assistenza, anche non più solo per i reparti di terapie intensive, ma per esempio per quelli di pneumologia; oppure di cura di tutti gli organi che sono più degli altri impegnati nella lotta per la sopravvivenza e che escono letteralmente devastati dall’attacco del virus.

Si è tornati a parlare di rafforzamento dei presidi ospedalieri sul territorio; se ne parlerà con maggiore convinzione quando si dovranno fare i conti con i postumi dell’epidemia. E l’Abruzzo si presenta con gravi ritardi e con armamentari carenti, perché più che altrove la politica dei tagli ha limitato i posti-letto, gli operatori sanitari, i medici. Per anni, dopo i disastri provocati dal presidente della giunta regionale Ottaviano Del Turco (che è stato tra l’altro condannato per fatti costituenti reati gravi), l’obiettivo era solo quello di non spendere e Roberto Chiodi e Luciano D’Alfonso hanno operato riduzioni di spesa senza oculatezza e in molti casi senza cervello, sostenendo che bisognasse comunque chiudere il commissariamento. Di conseguenza, gli abruzzesi si sono ritrovati con una sanità dimezzata senza neanche poter orientare una giusta recriminazione su partiti che, da sinistra e da destra, hanno di fatto ratificato gli scempi per ospedali e altre strutture nel settore sanitario.

Ora l’incubo delle inabilità croniche dovrebbe far riconsiderare la manovra di chiusura degli ospedali o di riduzione dei posti letto, magari con risultati che dovranno essere migliori del niente ottenuto da sindaci e comunità locali assolutamente inascoltati. La generalizzazione delle invalidità e le patologie a carico di vari organi renderanno ridicole le battaglie intraprese dai soliti aquilani per accentrare tutte le potenzialità nell’ex ospedale del G8 perché non si dovrà neppure parlare di centri specializzati per la cura della fase acuta della pandemia. L’Abruzzo dovrà avere ospedali moderni e capienti; e si dovrebbe incominciare con l’inversione della sconsiderata tendenza di chiudere quelli che hanno sede in città non capoluogo di provincia. Questo discorso vale principalmente per una regione che ha tutti e quattro i capoluoghi di provincia della metà settentrionale; che ne ha due a quindici chilometri di distanza l’uno dall’altro e che disegna una provincia dell’Aquila che da sola è estesa come le altre tre messe insieme. Con questo disastro di ripartizione territoriale una qualsiasi programmazione sanitaria è destinata a schiantarsi, tanto in periodo di pandemia che in ogni altra fase più tranquilla per l’assistenza della popolazione.

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