ORMAI FACEBOOK E’ DAVVERO UN PROBLEMA PER LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

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HA RESISTITO ANCHE DAVANTI AL GIUDICE PRIMA DI RIATTIVARE UN PROFILO

13 DICEMBRE 2019 – Il fatto che Facebook, nonostante una ordinanza di un tribunale italiano, quella del Tribunale di Roma, che tra l’altro è il tribunale più grande d’Europa, non abbia riattivato a velocità… telematica  il profilo di “Casapound”(lo ha fatto dopo circa un giorno) e che, comunque, sia stata necessaria una causa e il profilo sia rimasto chiuso per mesi, è la conferma che sbagliano coloro che si affidano, per un messaggio politico o comunque per un qualsiasi messaggio che valga la pena di diffondere, ad un privato che ormai, per aver superato i confini continentali ed essere il “social network” di riferimento, rappresenta una specie di forca caudina nella diffusione del pensiero.

Tra l’altro, l’ordinanza della Dott.ssa Stefania Garrisi è commentata in senso assolutamente favorevole, per la sua completezza e per l’approfondimento che manifesta, anche da nemici giurati di “Casapound”, che non si fanno accecare dall’appartenenza perchè affrontano temi giuridici.

Nato per assecondare le esigenze minime di studenti, anche di quelli in vena di frivolezze, lo strumento si va dimostrando inadeguato alle esigenze della diffusione del pensiero e addirittura, come faceva la Fiat quando subiva un provvedimento sfavorevole della magistratura, preferisce sopportare i costi della violazione dell’ordine piuttosto che rispettare una decisione data da un giudice. A questo punto “Facebook” dimostra di essere eversivo e di diventare davvero il primo problema per la libertà di espressione. E’ un aspetto che i molti, che ci si affidano solo perché è apparentemente gratuito, stanno ancora sottovalutando. Sembra che tutto quello che in trecento anni di stampa è entrato a far parte del patrimonio di civiltà delle relazioni sociali, dell’essere cittadini e non sudditi, debba essere accantonato; e lo debba essere con il concorso delle prime vittime, cioè di tutti coloro che, da oggi, sanno di doversi esprimere secondo le forme volute dal recettore piuttosto che dalla loro coscienza. E addirittura debbono mettere in conto di ricorrere al giudice, con i costi e i tempi che tale risposta presuppone.

Se il nostro giornale avesse operato la scelta di partecipare al luna – park delle opinioni piuttosto che ad una fonte di giornalismo vero, queste note non avrebbero superato la censura di Facebook, che è anche umorale. Affermare, con la chiarezza che fa parte del nostro patrimonio, cose sgradite all’impostura significa non figurare nelle voci. E questo aggiungiamo come ulteriore decoro all’occhiello, a costo di non raggiungere tutti i polli di allevamento, come li chiamerebbe Gaber, che si sentono protagonisti della tastiera e pensano davvero di dominare il mondo quando non escono neppure dal condominio se non usano il…politicamente corretto.

Nota conclusiva: adesso Facebook provi a cancellare questo commento…

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