ODISSEA NELLO SPAZIO PINGUE PER L’OVIDIO DEI MITI CELESTI

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6 MARZO 2020 – Un assessore comunale alla Cultura, che era stato anche presidente dell’Archeoclub di Sulmona, il dott. Bencivenga, aveva detto chiaro che la “Casa di Ovidio”, o “Museo multimediale ovidiano” o il “Museo delle Metamorfosi”, come con un eccesso di originalità era stato chiamato il “luogo” dell’ex convento di Santa Caterina, era anacronistico per il modo nel quale era stato concepito. Sosteneva, confronti alla mano, che il tipo di offerta culturale, ancorata ad un mix di proposta museale classica e di innovazione video-insensata, avrebbe fatto di quel “non so” di Ovidio un esempio di inutilità. Senza l’autorevolezza di chi aveva presieduto con sapienza l’Archeoclub, “Il Vaschione” aveva anche osservato che un “luogo” di Ovidio c’era, a Sulmona, ed era accreditato da una folta schiera di studiosi di tutto il mondo, che lo avevano visitato per leggere opere rare di Ovidio; personaggi, come l’accademico rumeno Lascu, che avevano trovato fonti inedite per i loro studi. E, detto en passant, quel luogo c’è ancora: si chiama “Centro Studi Ovidiani”, incapsulato nella Biblioteca comunale, ma non per questo meno ambìto. Si trova in Piazza Salvatore Tommasi e l’ingresso sta proprio su preziosi mosaici rinvenuti occasionalmente in scavi fognari di oltre venti anni fa, poi precipitosamente ricoperti perché non si trovarono fondi sufficienti a valorizzarli. Insomma, quella potrebbe essere la “casa di Ovidio”, a voler cercare una definizione borghese di un luogo per un poeta che ormai ha casa in tutto il mondo.

Però l’appello di Bencivegna durò il breve tempo del suo assessorato, subito revocato per esigenze del gioco della dama nel quale da quattro anni è impegnata la sindaca Casini per conservare altra di casa: la sua nell’ala di Palazzo San Francesco.

Non ha trovato battute di arresto l’iter di un non-progetto: cioè quello che riguarda proprio l’ex convento di Santa Caterina, che si trascina secondo la vecchia abitudine di costituire uno “spazio polifunzionale”, sull’esempio di importanti palazzi, come il Palazzo Mazara in Largo Mazara, sul quale si dilapidarono una carretta di miliardi di lire per opere che non si sapeva quale scopo avessero: poliedrico, appunto, ove nel “poli” si comprendevano la sala congressi, una serie di stanzette oscure e sbalzate tra di loro, refezioni o sale di lettura di libri ancora da decidere e naturalmente da stampare. Un disastro, che ha portato solo incertezza e costi ragguardevoli per l’adeguamento ad una destinazione precisa.

Questa “casa di Ovidio”, questo “Museo multimediale” è tornato prepotentemente (è il caso di dirlo) all’attenzione nella fase decadente del Bimillenario ovidiano, quella caratterizzata da stentate iniziative legislative per approvare stanziamenti milionari, diretti chiaramente a soddisfare l’ingordigia di molte associazioni, piccole e grandi, che sulle manifestazioni bimillenarie facevano molto affidamento per posizioni di rendita e perché, come canta Edoardo Bennato, “si è fatto sempre così…”.

Sembrava che i fondi del Bimillenario, ammesso che fossero stati miracolosamente recuperati, sarebbero stati dirottati, guarda caso, sempre per questo “luogo” di Ovidio. Ieri l’altro Febbo, esponente della maggioranza alla Regione, ha trionfalmente annunciato che circa 400.000,00 euro saranno erogati dalla Regione per questo “luogo” ovidiano, cioè andranno all’ex convento di Santa Caterina finora restaurato senza un’idea concreta e (per fortuna) ridiscusso dall’assessore Bencivegna. E da ieri l’altro qualcuno ha già dato un nome, forse adesso definitivo, che non è “casa di Ovidio”, neppure “Museo multimediale ovidiano” e giammai “Museo delle Metamorfosi”. Il nome c’è e gira con la velocità di un soldo falso: “Spazio Ovidio”.

Dicono anche, le cronache, che a battersi fermamente per questo finanziamento e per questo nome sia stata la DMC “Terre d’Abruzzo”, con il suo presidente che (questa è una coincidenza) è anche l’artefice ed il deus ex machina (vabbè, deus…) di “Spazio Pingue”. Lo spazio, appunto: questa entità vaga, decisamente sfuggente per le nostre capacità di immaginazione dei confini; questo luogo degli astri, che ha una sua autonomia dalle cose terrene e si estende al di sopra dei mondi che contiene, a Sulmona è giusto abbinarlo ad Ovidio, che lo ha popolato di miti e lo ha descritto nei particolari attraverso la tragica esperienza di Fetonte. Ma chiamare un ex convento “Spazio Ovidio”, vuol dire sbriciolare quei miti e ridurli a stanze, a corridoi, forse anche a pannelli ai quali appendere tele e sculture. Insomma, uno che passa a Via Angeloni e legge “Spazio Ovidio” dopo essere passato a Via Lamaccio ed aver letto “Spazio Pingue” è più propenso a pensare che, più di un luogo ovidiano dai confini sterminati, più che la celebrazione dei personaggi e delle estensioni delle Metamorfosi, sia un gemellaggio tra quasi omonimie. E’ come se a Parma uno leggesse “Mulino Verdi” dopo aver visto lo stabilimento del “Mulino Bianco”; non penserebbe al grande compositore del parmense, ma per abbinamento più immediato penserebbe ad una succursale della Barilla che ha solo cambiato colore al prodotto.

A Sulmona, ca va sans dire, lo Spazio è preferibilmente Pingue; poi può essere anche la palestra degli astronauti o il vuoto che ci separa dalla mitica Wega che pare stia per esplodere e non tornerà a fungere da stella polare nei prossimi milioni di anni. Ma Pingue, per così dire, il cappello su Ovidio (anzi il serto di aglio) già l’aveva messo e ora, con DMC, sfonda una porta aperta, anzi un convento di porte aperte. Per carità, ognuno promuove la propria immagine e pure noi un giorno potremmo mettere a bagno Ovidio nel Vaschione. Solo che, come in tutto quello che riguarda il Vaschione, i soldi li metteremmo noi; qui c’è la piccola differenza che i quasi 400.000,00 euro annunciati da Febbo non li mettono né Febbo, né la sindaca di Sulmona, né Fabio Pingue: li metteremo ancora noi contribuenti, che magari avremmo preferito spenderli lo stesso, ma per rimuovere lo scempio che è stato fatto in Piazza Salvatore Tommasi e riscoprire i fantastici mosaici di età imperiale, che formino un fantastico ingresso al Centro di Studi Ovidiani.

Quello sarebbe uno spazio adatto ad Ovidio, giammai uno Spazio Ovidio.

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