NON TUTTO VA BENE, MADAMA LA MARCHESA

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OCCORRE DIRE LA VERITA’ SUL FUNZIONAMENTO DEGLI UFFICI GIUDIZIARI

4 NOVEMBRE 2019 – Variegate le reazioni alla notizia, da noi diffusa ieri, che all’ufficio del giudice di pace di Sulmona non si può ottenere il rilascio di una copia esecutiva dei provvedimenti perché la cancelliera è andata in pensione. In pensione, certo: non è morta improvvisamente, anzi siamo felici che si goda la meritatissima pensione.

Dunque, si doveva prevedere l’avvicendamento. Ma chi doveva prevedere ha dormito sonni indisturbati, o si è dedicato ad altro rispetto a quello per cui è pagato, come sempre più spesso accade negli affari di tribunali e corti di… prossimità. Le reazioni sono state variegate, perché da una parte c’è indignazione per il modo di lavorare che appartiene all’oggi, visto che uno scandalo del genere non si era mai verificato neppure nelle lande giuridiche più desolate, quando c’era il pretore di Introdacqua (che si diceva facesse camera di consiglio a letto perché malandato da tempo) o il conciliatore di Scanno (che indispettì l’avv. Totò Maiorano estraendo da un cassetto il dispositivo di sentenza già scritto dopo che il difensore si era speso tanto nella discussione).

Ma dall’altra parte, tra le reazioni, c’è indignazione perché un giornale ne parla, compromettendo la battaglia per la conservazione degli uffici giudiziari: un po’ come successe dopo una slavina che uccise due persone a Montepratello, perchè politici e gestori degli impianti chiedevano che i giornali non ne parlassero per non compromettere il turismo invernale degli Altipiani Maggiori. Sotto quest’ultimo profilo c’è da rispondere che gli uffici giudiziari si debbono salvare quando funzionano; nel caso di specie, un disgraziato a ottobre del 2018 propose opposizione alla sospensione della patente disposta per otto mesi dopo un sinistro stradale nel quale c’erano stati feriti.

Dopo tre mesi non era stata neppure fissata l’udienza, che in altri uffici si tiene il mese successivo al deposito del ricorso. Il poveretto, al quale serviva muoversi su strada per motivi di lavoro, fece istanza al giudice perché desse almeno la sospensione della sospensione, o indicasse orari nei quali poter circolare, come è previsto dalle norme. Niente. Si rivolse ai più alti livelli. Niente: dell’udienza o di qualunque altro provvedimento neanche l’ombra, fino a quando gli otto mesi non sono trascorsi e il prefetto gli ha ridato la patente a giugno.

Un ufficio che dia queste non risposte è giusto conservarlo? Oppure non è più giusto dire ai cittadini quali rischi corrano dal funzionamento di una giustizia così? Si parla con toni enfatici di “malasanità”, ma non si considera che, mentre se ti prende una colica o devi farti operare ad una cataratta puoi sceglierti il macellaio giusto, questo non ti è consentito in materia di giustizia, per il vincolo territoriale che lega tutti i cittadini al “giudice naturale”. Che lorsignori pensino che la “società civile” debba assecondare questo dormire sulle carte? Oppure gli utenti possono avere il diritto di fare un’ora di macchina per avere una risposta quasi immediata? E “presìdi” così possono davvero  impensierire le associazioni delinquenziali o i ladri di polli?

Nella foto del titolo: il palazzo di giustizia dell’Aquila

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