MAFIA COME IMMAGINE DELLA PIOVRA? MA BASTA OSSERVARE L’UOMO…

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ATTILIO BOLZONI PARLA DI UN RITORNO ALL’ANTICO E DEL PATTO DEL DENARO

14 NOVEMBRE 2019 – L’organizzazione mafiosa non si è evoluta: ha attraversato il periodo nel quale produceva stragi e rompeva ogni resistenza con le bombe. Ma secondo Attilio Bolzoni non si può parlare di una “mafia 4.0”, cioè di una edizione recente e mutante della mafia: “Si deve parlare della mafia che è tornata ad essere quella che era nei secoli passati” ha detto Bolzoni, per alludere alla mafia avvolgente, quasi ossequiosa e per niente votata alla battaglia campale, l’autentica piovra che vuole passare inosservata perché mira ai risultati.

Attilio Bolzoni ha condotto ricerche capillari, che non chiama inchieste, anzi si urta quando sente parlare di qualcuno come di un “giornalista d’inchiesta”, perché per lui esiste il giornalista, che raccoglie in questa definizione tutto quello che dovrebbe fare chi cerca la verità. Ed ha scritto da poco un libro: “Il padrino dell’antimafia – una cronaca italiana sul potere infetto”. Ne ha parlato ad Avezzano e sembra che lo abbia articolato volta per volta che pensava a un certo atteggiarsi della sua Sicilia, della sua Caltanissetta. Ha seguito un percorso inverso rispetto a quello che segue un indagatore ordinario: lui ha cercato le notizie che “Il Giornale di Sicilia” non pubblicava, le foto delle persone che sui giornali non escono: cioè di quelle che sono così potenti da poter esigere che i giornali le ignorino. E piano piano è giunto al presidente di Confindustria siciliana, il Montante che colloquiava con le istituzioni, che nelle foto non pubblicate stava insieme a prefetti, comandanti militari, magistrati; e che di recente è stato condannato a 14 anni di reclusione con il rito abbreviato (segno che ne meritava 21 ed ha ottenuto uno sconto), per poi tornare a non essere citato da nessuno.

Quella che Bolzoni ha consegnato ad un fitto uditorio nel palazzo di Piazza Torlonia è l’immagine di una mafia che si identifica in buona parte, per i metodi e per le connivenze con le istituzioni, con la P2 di Licio Gelli. Ed è un’immagine più allarmante della mafia delle bombe di Capaci e di Via d’Amelio, che hanno stroncato le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché è una mafia che asseconda con fedeltà da maggiordomo le piccole e grandi ambizioni di potere delle persone non mafiose; che si offre per finanziare, anche progetti larvatamente culturali o di volontariato; la mafia che crea un contatto e che non lo scioglie più. Anzi lo approfondisce quando poi deve trattare di cose più redditizie, come il traffico dei rifiuti (e su questo aveva dato un preciso indirizzo Franco Roberti a Sulmona all’inizio di ottobre). Ovviamente con persone per le quali valga la pena; oppure con persone che hanno qualcosa da farsi perdonare dalla società, quindi da usare più come manovalanza.

Quindi quella di Bolzoni è una mafia vicina a tutti; una mafia che ha varcato la Sicilia e oggi collabora addirittura nelle strutture che debbono garantire l’ordine sociale.

C’è da chiedersi in cosa differisca dalla P2 (che l’oratore ha testualmente citato) o in genere dalla massoneria deviata; o dall’antica aspirazione dell’”animale politico” di prevalere nella organizzazione sociale e subordinare gli altri alle proprie ambizioni di potere. E, seppure non si risolve questo dilemma, c’è da considerare che è costantemente in agguato nel terreno fertile di ogni società, perché la scorciatoia per raggiungere il comando di una città o di una nazione sembra sia connaturata alla natura umana, anche se è ripresa dall’immagine della piovra.

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