MA SE IL FACCHINO RIPRENDE FIATO PASSA NELLA STATISTICA DEGLI OZIOSI?

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j. WOLFGANG GOETHE SMENTISCE LE CLASSIFICAZIONI SECONDO L’OTTICA NORDISTA ANCHE SE RICONOSCE CHE A NAPOLI SONO TROPPO FELICI PER DARSI AD UN IMPEGNO DUREVOLE

10 DICEMBRE 2020 – E’ il 28 maggio 1787 quando Johann Wolfgang Goethe scrive nel suo “Viaggio in Italia” una attenta confutazione del luogo comune secondo il quale il sud dell’Italia è fatto di oziosi: “Dei trenta-quarantamila che il Volkmann stimò per le strade di Napoli – scrive Paolo Izzo  ne: “L’indole naturale de’ Napoletani” per i tipi  della Stamperia del Valentino – il Goethe –  procedendo per esclusione – ne fece salvi solo pochissimi, e tutti vecchi o inabili. Si trattava, concluse il Nostro, di un tipico luogo comune della gente del Nord la quale sarebbe solita considerare “come oziosi tutti coloro che non s’arrabattano a lavorare tutto il santo giorno”. Ad un’attenta analisi – aggiunge Izzo – egli potette osservare “molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato”. Nessuna contraria indicazione riuscì a raccogliere da amici del luogo e, dedicatosi in prima persona alla verifica della realtà, potette appurare che tutti coloro che sembravano oziare, “erano persone il cui mestiere, in quell’ora, esigeva appunto una sosta”. I facchini, fermi in posti convenzionali, attendevano clienti. Lo stesso per i trasportatori muniti di birocci, i quali ingannavano l’attesa dedicandosi alle necessità dei loro animali da soma. Marinai sul molo, pipa alla bocca, attendevano che la direzione del vento girasse, in modo da poter salpare. Molti altri animavano un continuo andirivieni ma nessuno, tranne i citati vecchi o disabili, o storpi, appariva in ozio o dedito all’accattonaggio. Di qualsiasi sesso, età o stato sociale, tutti erano dediti ad attività produttive. I bambini destinati alla vendita del pescato, trasportavano le spaselle da Santa Lucia in città, o anche venivano inviati al porto, presso l’arsenale, o in altri posti dove c’era lavorazione del legno, in modo da poterne raccattare i trucioli avanzati dai lavori di carpenteria navale o dei mastri d’ascia. In questa attività, che poi sfociava in un piccolo commercio di fascetti di legname, erano impiegati – a detta di Goethe – anche bambini piccolissimi: “Ho visto – è lo scrittore tedesco a riferire direttamente – bambini di pochi anni, buoni appena a camminare su quattro gambe, affaccendarsi a questo mestiere in compagnia dei più grandicelli fra i cinque e i sei anni. Anche questi se ne vanno poi nell’interno della città con i loro canestri e piantan le loro tende coi rispettivi fascetti di legna come se fossero al mercato. L’operaio e il modesto borghese li comprano e se ne fanno brace sul loro treppiede per riscaldarsi, oppure se ne servono anche per la loro modesta cucina”.

La fascia di persone di mezza età non sta con le mani in mano e “riporta alla campagna i rimasugli e i rifiuti di cucina, per accelerare lo sviluppo della vegetazione. Dato il gran consumo di legumi, i torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell’insalata, dell’aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può”.

Izzo infine riporta le descrizioni di Goethe sul commercio ambulante “che il basso ceto svolgeva in città: c’era chi girava con la botticella d’acqua gelata, limoni e bicchieri per preparare al volo una limonata, bevanda che sembra fosse irresistibile in quel tempo. Altri vendevano liquori, portando in mano una speciale struttura che assicurava stabilità a bicchieri e bottiglie. Poi ancora si vendevano paste, dolci, agrumi ed altre frutta. Nessun ozio, quindi. Se un addebito poteva essere fatto ai lazzaroni, ed il Nostro lo rileva chiaramente, è che lo spirito godereccio, il vivere alla giornata portava costoro a consumare immediatamente quanto erano riusciti a produrre. Incapacità, dunque, di costruire un futuro per sé e per le proprie famiglie. Corollario di questo limite del napoletano, sarebbe stata una approssimazione nella capacità di esecuzione del lavoro in genere. Ci dice infatti Goethe: “Questo spiega parecchie cose: come ad esempio gli operai qui siano in generale meno abili di quelli del nord; come le fabbriche non attecchiscano; come, eccezione fatta degli avvocati e dei medici, la cultura sia poco diffusa relativamente alla gran massa della popolazione, per quanto lodevoli siano gli sforzi e le benemerenze di singoli individui; come nessun pittore di scuola napoletana sia mai stato artista completo e sia mai diventato grande; come gli ecclesiastici si abbandonino volentieri soprattutto all’ozio e come i nobili si compiacciano di godere per lo più dei loro beni, dandosi ai piaceri, allo sfarzo e alla dissipazione”.

Del resto, era proprio Goethe che in altra parte aveva annotato: “In generale, qui c’è molto interesse e gusto per la scienza e la cultura. Soltanto sono troppo felici per battere la buona strada”