MA IL TRIBUNALE SERVE ALLA SOCIETA’ O AL CARCERE?

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CONTRADDITTORIE POSIZIONI SULLA TUTELA DEGLI UFFICI GIUDIZIARI CHE SI GIUSTIFICHEREBBERO PER LA PRESENZA DEL PENITENZIARIO

15 GIUGNO 2020 – C’è qualcosa di intimamente contraddittorio nelle reazioni all’ampliamento del carcere di Via Lamaccio. Ci sono gli agenti della polizia penitenziaria che richiedono un adeguamento dei ranghi alle mutate esigenze: seicento detenuti, molti dei quali in regime di massima sicurezza, richiedono un impegno di forze di sorveglianza. E questo è logico e prevedibile. Strano, però, che prima di vedere quale sarà la risposta dell’amministrazione penitenziaria all’incremento dei detenuti, si possa condurre una battaglia per garantire la presenza di sorveglianti adatta al numero dei sorvegliati. La priorità di un ambito sociale, di un territorio, attraversati da una crisi forse senza precedenti, con aliquote di disoccupazione che fra i giovani raggiungono il 50%, dovrebbe essere riconosciuta nell’acquisizione di un numero sempre maggiore di presenze lavorative: per quello che immettono nel ciclo commerciale, per le figure che valorizzano nelle professioni, etc

Il camminamento di guardia del penitenziario della Badia

Le sorprendenti prese di posizione del sindacato degli agenti di polizia penitenziaria fanno sospettare che quasi quasi l’ampliamento del carcere dispiaccia; o potrebbe essere rinviato, ritardato. Ragionando in termini assai provinciali e riduttivi, si potrebbe formulare un parallelo: se, cioè, l’incremento di presenze nel carcere fosse stato adottato per un istituto a L’Aquila, o a Teramo. Se uno di questi istituti fosse stato destinato a diventare il maggiore d’Italia, probabilmente la risposta delle categorie interessate sarebbe molto diversa: sempre tendente a garantire livelli di vivibilità (e chi non li pretende, in Italia?), ma altrettanto proiettata a non limitare una giusta espansione. Davvero strana, per non dire sospetta, questa reazione preventiva, o questa precauzione condizionante.

C’è poi l’atteggiamento di qualche operatore del diritto che sottolinea come l’ampliamento del carcere serva a sostenere la battaglia per conservare il tribunale a Sulmona. E anche in questo ambito si manifesta una evidente contraddizione con quello che sempre si è sostenuto a difesa del tribunale, già dall’epoca nella quale il Rotary Club di Sulmona, nel 1987, ai tempi nei quali si interessava dei temi sociali e cercava di conferire il contributo di cultura e professionalità impresse da Paul Harris nella Chicago del 1905, organizzò un convegno di portata interregionale tra i club dell’Italia centrale sulla tematica dei “tribunali minori”. La verità disvelata senza indugio era che servissero alla società nella quale erano inseriti. A nessuno, neanche all’on. Giovanni Leone che da avvocato di prestigio e prima ancora da relatore della Costituente aveva sostenuto l’opportunità di sopprimere le preture e che mandò un messaggio di auguri ai convegnisti, oppure al sen. Claudio Vitalone, che tenne una relazione a braccio per più di un’ora spaziando su temi di portata economico-sociale, venne in mente di sostenere che un tribunale si potesse salvare per la presenza di un carcere. Un tribunale si giustifica per quello che lo Stato ritiene di trasmettere, come segnale di cura dell’amministrazione della Giustizia, tra la popolazione e tra le istituzioni. Pensare che un tribunale si giustifichi perché a due chilometri c’è un carcere e pensare che si salvi a maggior ragione se il carcere diventa più grande, vuol dire ragionare in termini esattamente opposti a quelli che si sono sciorinati in relazione all’importanza di presidi contro la crescita del malaffare e delle mafie. Un tribunale che lavori soprattutto per il carico di adempimenti di un carcere è un tribunale che può funzionare benissimo dentro i muri del carcere, senza nessuna osmosi con la società nella quale è collocato. Questi disordini concettuali, prima che di strategia, dànno contezza di quanto si sia colorata di disperazione la “battaglia per la conservazione del tribunale” a quindici mesi dalla soppressione fissata per legge: come al capezzale di un moribondo, “dotti, medici e sapienti” parlano a vanvera e sembrano, più che gli aruspici nel leggere il destino, uccelli loro stessi. Ma del malaugurio.