LETTURE DOMENICALI – LA CARICA BIOLOGICA DEI 101

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DOPO UN SECOLO SI PROPONE LA PANDEMIA CHE SCONVOLSE IL MONDO MA, COME DICEVA TURATI, “CHI STA CHIUSO PARE NON LA PIGLI”

22 MARZO 2020 – Avrebbero scritto che era un “soggetto a rischio” i paludati compilatori di statistiche sanitarie. Anche il sottotenente Wilhelm de Kostrowitcki, quello che tutta l’Europa avrebbe osannato come Guillaume Apollinaire, prima di essere stroncato dalla “Spagnola” era convalescente per una terribile ferita alla testa procuratagli da una granata tedesca sul fronte della Marna, nel 1916, dove combatteva con l’animo coraggioso dei giovani. Al dottore che non riusciva a guarirlo nei quattro giorni dell’assalto del nemico invisibile, il virus della “Influenza”, Apollinaire rivolgeva una supplica disperata: “Dottore, mi salvi. Voglio vivere, voglio vivere, ho ancora tante cose da dire”. C’era anche questo, nella beffa che la Spagnola dedicava ai morenti per causa sua: che il cervello, al contrario dei polmoni, funzionava benissimo e i moribondi si sentivano energie mentali insospettate, erano proiettati ad occuparsi ancora degli altri, si dolevano della impossibilità di svolgere ancora il loro ruolo e Apollinaire, prima che all’Aldilà, prima che alla sua dissoluzione, pensava a quello che il mondo ancora poteva avere da lui.

Con i suoi 38 anni, aveva l’età fatale per le decine di milioni di “influenzati”, quelli che non hanno la memoria immunitaria di una precedente “influenza” della seconda metà dell’Ottocento (la febbre russa del 1889/90). I più anziani si salveranno; non parliamo dei novantenni o anche degli ottantenni, che costituiscono il “campione” delle statistiche più alte tra i morti di oggi: allora una simile tappa era piuttosto difficile da raggiungere. E la “Spagnola” stroncava l’età di mezzo, tendendo ai giovani la mano armata di falce. Si presentò nello stesso, identico ammiccare perfido di malattia stagionale, come “Una strana forma malattia a carattere epidemico”, nella descrizione della agenzia giornalistica spagnola “FABRA” nel febbraio 1918. Non allarmava e dava lo spunto perché i giornalisti spagnoli la definissero una “epidemia a carattere benigno, non risultando casi mortali”. “Spagnola” si chiamò perché a parlarne per primi furono proprio i giornalisti spagnoli, non sottoposti alla censura in quanto la Spagna non era belligerante.

Già l’8 maggio 1919 “The Ogden Standard” (e siamo, dunque, negli Stati Uniti) riporta che: “Gli adulti soffrono di mal di testa, mal di gola, pesantezza agli occhi e febbre”, che sono poi i sintomi della attuale pandemia; ma si diffondo le prime, marcate, valutazioni errate: “Non c’è nulla di allarmante nella malattia, eccetto che frequentemente l’influenza getta le basi della polmonite”. Se si pensa che all’epoca la polmonite non poteva essere curata, se non con il chinino e l’aspirina perché solo nel 1928 fu impiegata la penicillina, si ha il quadro del baratro che già avvicinava il contagio a quello che i medici chiamano “exitus”.

Il morbillo si replica sempre uguale a se stesso, ma l’H1N1 (come viene chiamato il virus della Spagnola) si replica sempre con mutazioni e il sistema immunitario non lo riconosce. Il massimo della contagiosità si manifesta qualche giorno prima dei sintomi, di modo che gli inconsapevoli malati della fase iniziale contagiano, ciascuno, decine e centinaia di altri soggetti. Parole che stiamo ascoltando in questi giorni, come “chi sta chiuso pare non la pigli”; così Filippo Turati scrive il 10 ottobre 1918 a Anna Kuliscioff che gli aveva raccontato, da Milano, delle feste incontenibili per l’imminente vittoria nella guerra. Tra coloro che propongono rimedi risolutivi c’è Benito Mussolini, direttore del “Popolo d’Italia” sul quale nell’ottobre 1918 si auspica “Che si impedisca a ogni italiano la sudicia abitudine di stringere la mano e la pandemia scomparirà nel corso della notte”.

Poi la Spagnola se ne andò come era venuta, senza un perchè; non dette modo di essere studiata e alcuni ricercatori l’hanno rincorsa fino a sei anni fa tra le salme degli eschimesi conservate intatte nei ghiacci polari, dove sono stati ricavati tessuti di quanti erano stati contagiati. E, a distanza di 101 annI, la pandemia si presenta con “mal di testa, mal di gola, pesantezza degli occhi” per una influenza che “può sfociare in polmonite“; ma “chi sta chiuso pare non la pigli“. 

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