L’esempio di Ovidio per aiutare il Cavaliere della rassegnazione

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VINTILA HORIA NEL SUO ULTIMO ROMANZO DOPO “DIO E’ NATO IN ESILIO”

9 DICEMBRE 2017 – L’Uomo del terzo millennio avrà bisogno dei miti cantati da Ovidio come ne ha avuto bisogno l’Uomo che ha riletto nei due millenni passati le “Metamorfosi”; che non le ha bruciate anche nei periodi nei quali i falò della censura illuminavano il buio dello spirito e tuttavia lo lasciavano senza luminosità.

Ma forse chi leggerà i miti che Ovidio ha decorato prendendoli dalle tracce della classicità si specchierà alla vicenda personale dell’uomo di cultura che va incontro al proprio destino: più esattamente, al compimento dei disegno che i suoi stessi versi hanno tratteggiato in anticipo rispetto alla sanzione che la Storia gli ha riservato. Può anche darsi che Ovidio non abbia subìto la relegazione, come si va sostenendo ormai da tempo; può essere che la sua capacità di immaginare sia stata così potente da fargli scrivere liriche di dolore che egli ha saputo delinearsi pur restando a Roma. Lo dirà il futuro, se ci riuscirà; ma di certo il Sulmonese è andato incontro ad una sventura grande che è consistita nella relegazione dall’ambiente che lo aveva formato e poi incensato; che lo aveva reso “di moda” e poi lo aveva ignorato, come è indubbio che egli sia scomparso dalla intellettualità della città più forte del mondo conosciuto. Per questo suo sacrificio immenso Ovidio è celebrato dalle persone e soprattutto dagli autori di fede profonda: premi Nobel, intellettuali del dissenso che sono stati conosciuti dopo la loro morte, scrittori di oggi che ne subiscono ancora il fascino.

Non è un caso che Vintila Horia, rumeno, abbia scritto il suo ultimo romanzo, “Il cavaliere della rassegnazione”, nel 1959, subito dopo aver incontrato l’Ovidio a Tomi del “Dio è nato in esilio”, che gli valse un premio internazionale mai potuto ritirare perché in consegna oltre la Cortina di ferro. Il cavaliere è un principe di Valacchia che si reca a Venezia per spronare quella Repubblica a portare soccorso alla sua terra ormai sotto il giogo degli “infedeli”. Gli è difficile persino raggiungere Spalato, da dove si potrebbe imbarcare per la Serenissima. Incontra un pastore errante, al quale non si manifesta nella sua completa identità, ma dal quale ottiene comunque il rischiosissimo sacrificio di fare da guida attraverso la terra della violenza e delle vendette. Passano vicino alla casa dove la moglie e i figli dell’eroico e sconosciuto pastore aspettano da due anni l’uomo che è stato catturato e reso schiavo, poi venduto a pirati e da pirati, vicino alla morte, ma riscattato da un disegno che è facile definire divino e che, invece, è  l’ordito di una testimonianza a sua volta eroica.

Vintila Horia, che ha letto la vicenda di Ovidio e ne è rimasto affascinato, tratteggiandola in modo insuperato nel “Dio è nato in esilio”, è lo stesso che nel “Cavaliere della rassegnazione” racconta di questo pastore preso da un compito più alto di quello di Ulisse, l’archetipo del portatore di una missione sublime. Non si ferma a rivedere il suo Telemaco e la sua Penelope, ma giunge fino a Spalato, dove racconta finalmente come fu salvato dal disegno che sapeva di divino. Horia cita un ordine di frati realmente esistito: quello dei Mercedari, eccezionali religiosi che si prefissarono il compito di riscattare i cristiani che, caduti nelle mani dei turchi, fossero in grave pericolo di perdersi e di rinunciare al proprio credo. Uno di questi frati aveva incontrato il gruppo di abitanti della regione vicino al Danubio resi schiavi e ne aveva ricomprati cinque; ma non aveva il denaro per riscattare anche quel pastore. Alle implorazioni di questi, si consegna agli “infedeli” per sostituire il disperato e gli chiede solo di arrivare a Venezia per sollecitare al padre generale dei Mercedari l’invio del denaro per liberarlo.

Da qui la preghiera che a Spalato il “liberto” rivolge al principe una volta che questi si è manifestato.

Si badi come Vintila Horia tratteggi il codice di onore dell’Uomo superiore, che non ha accompagnato lo sconosciuto perché potente (non lo conosceva), ma solo perché tramite dell’opera di riscatto del quale si sentiva ormai investito e dalla quale nemmeno la ritrovata strada di casa lo aveva distolto. Tutta la tematica di Horia è permeata della sacralità delle condotte umane: uguale dignità è quella che lui descrive in Platone nella “Settima lettera”: anche lì il rispetto del culto di Hermes porta il giovanissimo filosofo a dissociarsi e a disprezzare il gesto sacrilego di altri giovani ateniesi su una statua del dio e ad essere per questo avvicinato da uno sconosciuto che lo interroga e al quale non vuole rispondere, ancora adirato. Ma il suo spirito etico lo fa ripensare e gli pone il dubbio se quello straniero non fosse mandato tra gli uomini dagli dei per discernere dagli altri quali fossero gli uomini giusti. E alla fine gli risponde e gli pone a sua volta sulla sua identità. “Mi chiamo Socrate” si sente rispondere .

Vintila Horia ha attraversato il profondo abisso dell’animo umano e trattato i temi fondamentali della accoglienza degli stranieri e del confronto tragicamente conflittuale tra le religioni, scrivendo testi che segneranno le miglia del cammino cristiano per centinaia di anni a venire. Non può, dunque, essere un caso che il suo più grande e celebrato romanzo abbia avuto per protagonista Publio Ovidio Nasone nella relegazione del Ponte eusino: fonte di ispirazione della condotta moralmente eletta, come fonte di ispirazione sono stati sconosciuti frati che nel corso dei secoli hanno salvato i testi di Ovidio e di tanti altri autori della classicità; hanno prestato soccorso agli infermi nelle pestilenze e nelle guerre; si sono sostituiti come i Mercedari; forse costituiscono la vera speranza degli uomini nei periodi nei quali sembra imminente la fine di tutto.

E in una delle pagine di questo “Il cavaliere della rassegnazione” l’ignoto pastore afferma: “Era il loro mestiere, come diceva il frate. Gli infedeli sarebbero incapaci di tali gesti. Per questo ho detto di aver visto certe cose, cose che forse fanno piacere a Dio e che finiranno col salvare la cristianità”.

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