“LEGGERE OVIDIO PERCHE’ E’ IL POETA DELLA VITA CHE RINASCE”

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INTERVISTA DI DANIELA RANIERI A MAURIZIO BETTINI – LE TRASPARENTI ACQUE DELLA PRIMAVERA CHE TORNA E IL PROGRAMMA CULTURALE ATTORNO AD UNA FONTANA

3 APRILE 2020 – Sarà Pasqua senza lo spettacolo della folla che circonda di affetto e di apprensione la “Madonna che scappa in piazza” mentre corre verso il figlio appena si accorge che è lui e che è risorto. Un rito che dura pochi secondi, ma che sta dentro ai pensieri di ogni vero sulmonese, per quel velo nero che cade liberando il vestito verde della primavera rinascente, con i colombi in volo verso la loro libertà per un antico marchingegno di un artigiano.

Sarà dura rinunciare agli abbracci del dopo-corsa, ai baci, anche alle strette di mano, perché il passaggio dall’inverno alla stagione della natura che rifiorisce, delle pecore che tornano dalle Puglie ad arricchire nobili e lavoranti è un topos che sorge e vive fra queste montagne. Qualche volta non è stata primavera la mattina di Pasqua perchè il manto nero di Maria è caduto, ma non era proprio nero: un sottile velo bianco lo ricopriva, come copriva lo stiletto puntato nel petto della Madre due sere prima, nella processione intensa e triste del Cristo Morto (il brutto sogno dal quale la “Madonna che scappa”, appena 36 ore dopo, scuote e salva). Tuttavia la neve sulla Pasqua sulmonese è una eccezione, segno di un anno sbagliato, se nella storia degli uomini ci sono anni sbagliati e non piuttosto pause dalla normalità per riprendere con più energia il cammino, sempre che si coltivi l’anima con pazienza e con disciplina, seguendo i filosofi, più che gli influencer.

Un anno sbagliato sarebbe anche questo; e di parecchio, visto che quando c’è la neve la gente non manca nella antica Piazza Maggiore; e invece quest’anno mancherà per editto.

Processione di un solo celebrante

Il Vescovo di Chieti, Forte, in odore di porporato, passerà da solo per le vie del centro storico teatino: si eviteranno così gli assembramenti, che è un obiettivo paradossale per una processione. A Sulmona, che è un po’ la gemella, almeno nell’età, della antica Theate, non si sa il destino della edizione del Venerdì Santo, sorprendentemente fatto dai sulmonesi più giovani, ma di certo la Madonna che Scappa non potrà farsela da solo Michele Fusco, vescovo pur giovane e prestante: ci vuole una quadriglia bene allenata, perché la difficoltà non sta nella corsa, quanto nell’equilibrio della statua, seppur poggiata sulla versione gran premio, più leggera. Poi, nella Chiesa di Santa Chiara, a pochi passi e mentre il popolo si complimenta e non nota i particolari, un rapido scambio la riporta su quella d’ordinanza.

La Madonna con il manto della primavera dopo la corsa verso il figlio risorto

L’appuntamento con la primavera non è mai mancato, anzi si parlava di una edizione speciale in onore di un successore di Pietro che nel 2010 replicava dopo 800 anni proprio in quella piazza la messa celebrata dal Celestino della grande rinuncia: il Benedetto XVI che voleva assorbire energie vicino all’Eremo del Morrone, già convinto di fare la sua, di grande rinuncia.

Una rinascita che ha vinto i terremoti

La corsa della Madonna c’è stata anche nelle ore dei molti terremoti di questo centro-Abruzzo. Quindi qualcosa si farà. Ma lo spettacolo di Maria che corre senza l’”ohhh” della folla, senza la paura degli spettatori che possa cadere, senza l’esultanza liberatoria, sarà per tutti un brutto sogno, qualcosa da archiviare prima che vada in onda.

Allora perchè farlo?

Per ricordare che sta tornando la vita; ed è già un motivo sufficiente, “il” motivo, soprattutto a Sulmona, nella città dove nacque Publio Ovidio Nasone, oggi ancora evocato per i suoi contenuti intramontabili, in una intervista di Daniela Ranieri su “Il Fatto quotidiano” al classicista Maurizio Bettini sulle letture che possiamo fare nella strettoia del coronavirus: “leggere Ovidio, l’Ars amatoria o le Eroidi – offre alla riflessione l’autrice di opere importanti sulla condizione dell’Uomo nel sipario del terzo millennio, letta e metabolizzata attraverso il contatto con una platea sconfinata di letteratura mondiale  – riporta al periodo in cui la vita rinasce, prepara al risveglio di una primavera che ci spetta, magari attardata. Qual è il suo libro preferito di Ovidio?”. Bettini, che prima si è concentrato su Lucrezio (guarda caso l’autore che fu “salvato” da Ovidio, come riportava Paolo Mieli sul Corriere della Sera), non ha esitazioni: “Proprio l’Ars amatoria, per la grazia e la leggerezza con cui il poeta prende in giro tutto e tutti: Augusto con le sue leggi sul matrimonio e sull’adulterio, la letteratura, l’amore stesso. Si può fare un parallelo con il modo in cui Lucrezio, nel IV libro, parla dell’amore: lo odiava, e odiava il sesso. E’ pesantissimo, quasi volgare. Probabilmente nasce da qui la leggenda che fosse impazzito in seguito a un filtro d’amore. Ovidio no, gioca, si diverte, i suoi versi hanno la trasparenza dello zampillo di una fontana, può parlare di ciò che vuole, come vuole. L’amore è gioia“.

Trasparenza della poesia e delle gelide acque

Lo “zampillo di una fontana” può essere quello del “Vaschione”, non distante dall’arco dell’acquedotto di Re Manfredi dove il Risorto attende la Madonna alla quale ha mandato tre suoi apostoli per l’Annunciazione, più inverosimile di quella del Beato Angelico che arricchiva la prima messa del Papa a Santa Marta per invocare la salvezza dal virus.

L’acqua della “Fontana del Vecchio”, detta il “Vaschione”

Non per altro il programma di un Vaschione a stampa e online si rifà alla trasparenza. Certo i versi di Ovidio hanno quella trasparenza, sebbene Ferrante d’Aragona abbia voluto la “Fontana del Vecchio” diversi secoli dopo le poesie del Vate. Ma l’acqua è sempre quella, che si sporca e si infetta e sgorga di nuovo freddissima e purificata dalla terra, che non ha nessuna colpa dei delitti che nasconde.

E sgorga, quell’acqua, soprattutto a primavera quando si scioglie la neve degli Altipiani Maggiori, per purificare da epidemie e pandemie, da compromessi con la coscienza e da ipocrisie che il Poeta scomodo dei primi anni dell’era cristiana seppe contrastare per subirne, peraltro, gli effetti devastanti. Quello zampillo contribuisce a fare di Sulmona la terra gelidis uberrimus undis “ricchissima di acque gelide”.

Nel titolo: Nicolas Poussin (1594-1655) “Il trionfo di Ovidio”, 1625, Galleria Nazionale di Arte Antica, Palazzo Corsini, Roma

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