LA GARA INCESSANTE PER IMMAGINARE GLI ULTIMI GIORNI DI OVIDIO NEL MONDO ESTREMO

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UN LIBRO DELL’AUSTRIACO RANSMAYR SULLA RELEGAZIONE DEL SULMONESE E LE RAGIONI DI UN SUCCESSO – IL CONFRONTO CON “DIO E’ NATO IN ESILIO” DI VINTILA HORIA

9 MAGGIO 2020 – Un libro che si interessi alla storia degli ultimi anni di un grande personaggio è destinato al successo proporzionale alle celebrità del protagonista. Poi la consacrazione definitiva può dipendere dai contenuti che vengono versati raccontando gli ultimi incontri, i luoghi i e le ultime riflessioni del personaggio; a distanza di millenni un po’ di fantasia non guasta, anzi aiuta. La somma degli ambiti promossi da questi fattori è uguale all’ambito di risonanza del libro intero.

Il teorema di Pitagora applicato all’editoria spiega anche il successo che “Il mondo estremo”, scritto dall’austriaco Christoph Ransmayr nel 1988 e pubblicato nel 1989 da Leonardo Editore e poi, da Feltrinelli perchè fu quasi un evento letterario. E’ focalizzato sulla figura di Publio Ovidio Nasone. Assorbe tutta la curiosità, la com-passione che si sprigiona da millenni quando si parla della relegazione del Sulmonese e raccoglie le ipotesi più accreditate dei motivi della durissima punizione. Vintila Horia ha scritto una ipotizzata autobiografia raggiungendo la vetta delle narrazioni intorno al poeta nel Ponto Eusino. Ransmayr ha voluto fare di più. Nel tentativo di creare uno scenario che ci faccia sentire Ovidio come potremmo avvertire la presenza di un mito dei nostri giorni, di un letterato di successo schiantato dalla censura, ha attualizzato la Tomi dei tempi di Augusto; e ci parla di giornali e di fili elettrici. Se avesse scritto un paio di anni dopo, ci avrebbe fatto trovare anche i cellulari.

Meno drastica e, quindi, meno disorientante, è la conversione di alcuni miti delle Metamorfosi, come quello di Deucalione e Pirra, che si salvano dal diluvio universale, oppure di Marsia, che intreccia una sfida con Apollo e della stessa Eco, che accompagna il lettore a capire tante cose della Tomi dove da poco si è persa traccia del grande poeta. Quando non attualizza con tinte così forti, l’autore appare più felice, anche se inventa di grosso: è il caso del discorso che Ovidio tiene per l’inaugurazione di un grande stadio (non si parla di arena…) davanti a centinaia di migliaia di Romani e prefigura l’esplosione di una pandemia, che nel 1988 Ransmayr non poteva accostare ad un virus essendo ormai sepolto il tragico ricordo della Spagnola e che più comodamente è affibbiata alla peste; evento travolgente che non può lasciare insensibile Augusto e lo fa indignare verso il poeta non conforme, verso chi si spinge a cantare in dissonanza rispetto alla celebrazione della “salus” dell’Impero da poco fondato.

Mentre il “Dio è nato in esilio” di Horia lascia espandere la figura di Ovidio capitolo per capitolo fino a farla diventare gigantesca, fino a non consentire che si pensi all’attuale Romania se non con un riferimento potente ad Ovidio e ai suoi giorni, nelle 215 pagine di Ransmayr l’immagine del Sulmonese si rimpicciolisce con il progredire della narrazione e, per le necessità di coerenza del teorema di Pitagora, si allarga l’area della descrizione del luogo, appunto del “Mondo estremo”, cioè della regione quasi selvaggia del Ponto, battuta da venti gelidi (protagonisti, del resto, dei “Tristia” e delle “Epistulae ex Ponto”), misera, votata alla scomparsa di ogni attività umana, addirittura spossata da cedimenti continui dei monti accanto alla “città ferrigna” (così chiamata perché già sede di lavorazioni del metallo e spogliata da questa risorsa come una moderna Detroit). E’ il Mondo Estremo nel quale i Romani potevano mandare chiunque per farlo dimenticare e annientarlo senza doverlo privare della vita.

Ma, al contrario del mondo estremo di Vintila Horia, dove la sofferenza del poeta e la durezza dei luoghi non impediscono che si divulghi la lieta novella della nascita quasi concomitante di un dio, questo Mar Nero è una pozza malsana contornata da un ambiente impenetrabile. Qui le persone giungono a negare l’evidenza, come quelli che la mattina successiva ad una tempesta distruttiva affermano di non aver sentito nulla di strano e tuttavia si danno a ricostruire tetti divelti e a sgomberare le strade da alberi abbattuti, felice metafora di coloro che nelle dittature non osano proclamare che il re è nudo; come quelli che non si danno pena di cercare Eco o lo stesso Poeta che si sono allontanati da Tomi e che non destano neppure la curiosità, per non dire il senso morale, di cercarne le tracce. La sensazione conclusiva di questa lettura si avvicina all’incubo dal quale si preferisce allontanarsi per immergersi di nuovo nella gioiosa compagnia degli esametri che narrano di tragedie non consolatorie (anzi…). Basta poco per ritornare alle vicende di Fetonte e di cento e più ninfe e guerrieri e… narcisi, colti nell’attimo che trasforma per sempre una vita, ma partecipi di un creato che li vedrà ancora in vita e per lo più in armonia, con la salvifica rivelazione finale che quella trasformazione fa parte del passaggio da un corpo ad un altro nel quale si compie un disegno perenne.

Proprio quell’altra affermazione che Pitagora (migrante politico da Samo a Crotone)  ispira con la metempsicosi senza darne dimostrazione geometrica in oltre 400 degli 800 esametri dell’ultimo libro delle “Mutate forme”, quello che è considerato il testamento religioso del Vate.

Nella immagine del titolo: “Narciso contempla la sua immagine nell’acqua”, Francois Lemoyne, olio su tela, 1728, Parigi, Musée du Louvre

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