ISOTTA BUSSA ALLE METAMORFOSI PER RACCONTARE I FUNERALI DI TOTO’

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UNO SCENARIO BAROCCO NELLA NAPOLI CHE SALUTA IL SUO MITO

6 MARZO 2021 – “La natura, col suo ingegno, aveva imitato l’arte”. Si serve delle “Metamorfosi” di Ovidio Paolo Isotta nel libro postumo “San Totò”. Isotta è scomparso da meno di un mese e negli ultimi anni aveva dedicato lo straordinario patrimonio di una vita di studi sull’arte (in particolare la musica) per scoprirne le origini nella nostra civiltà occidentale, ma anche nel lontanissimo Oriente. Ha scritto che Publio Ovidio Nasone più di ogni altro classico ha ispirato le Muse e temeva, mentre guardava la corsa dei “Ceri” a Gubbio, che la corsa del tempo non gli consentisse di vedere alle stampe quel suo “La dotta lira – Ovidio e la musica” (Marsilio, 2018, pagg 1-426).
Invece stava per vedere la luce anche questo imponente trattato (è il termine giusto) su Antonio de Curtis, principe di Bisanzio e delle platee, poi anche delle pellicole. Come tutti coloro che hanno studiato il mito e i protagonisti delle contese o delle baruffe degli dei, Paolo Isotta si è nutrito dei versi di Ovidio e si è ricongiunto, dopo una vita spesa ad accumulare conoscenze per trasmetterle nelle sue recensioni sul “Corriere della sera”, sul “Giornale” e sul “Fatto”, con quella che considera la fonte dell’arte, cioè la musa ispiratrice primigenia che percorre la galleria di personaggi giocosamente allestita da Ovidio nei quindici libri delle “Mutate forme”. E che la Natura “col suo ingegno aveva simulato l’arte” per Isotta è una “sentenza” e la cerca nell’episodio di Atteone trasformato in cervo per aver visto Diana nuda. Ovidio, nel descrivere i luoghi nascosti al mondo nei quali la dea della caccia incontrava le ninfe, racconta che “a fingere l’arte è il genio della natura, che dalla pomice viva e dal tufo leggero ha cavato un arco spontaneo” (nella traduzione di Vittorio Sermonti, Rizzoli, 2014). Isotta nota in questo catapultare l’imitante dalla parte dell’imitato “una delle insegne del Barocco, stile al quale Totò, come Bernini, appartiene, e stile che incarna”. Aveva 16 anni quando assistette ai funerali di Totò a Napoli. Uno scenario imponente: “In chiesa c’erano tremila persone, in piazza centoventimila”. “I funerali si svolsero al Carmine. Dall’uscita dell’autostrada, per diversi chilometri, due ali di folla lo salutavano, gl’inviavano baci e fiori. Un tempo la basilica confinava colla spiaggia, l’acqua la lambiva. Posseggo un olio di Silvestr Scedrin, morto a Sorrento nel 1830, che la ritraeva così. La facciata dà sulla piazza del Mercato. Lì, il 29 ottobre 1268, Corradino di Svevia e Federico d’Austria vennero decapitati per ordine di Carlo d’Angiò. Attendevano l’esecuzione giuocando a scacchi”.

 Come non vedere, in questo attimo precedente la tragedia, la descrizione di una metamorfosi sceneggiata dal Sulmonese per uno dei tanti protagonisti, dello stesso Atteone, ma anche in verità di Ciparisso e Dafne, che continuano a vivere, ma sotto sembianze di piante? Grande viaggiatore del mito ed emulo dei giganti che ha conosciuto per farne sostanza della sua critica, Isotta legge e fotografa in Corradino di Svevia, decapitato a sedici anni, e nella Napoli di un pomeriggio mai più ripetuto l’attimo fuggente del destino.

Nell’immagine del titolo: Marcantonio Franceschini, Diana e Atteone, olio su tela, Vienna, Collezione Liechtenstein.