“IL TRIBUNALE COME L’OSPEDALE NON CHIUDE MAI”

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SINISTRO ACCOSTAMENTO AI TEMPI DELLE UDIENZE CON IL CORONAVIRUS

7 MARZO 2020 – Se per una modifica al codice di procedura civile nel 1995 gli avvocati si astennero dalle udienze per quasi due mesi, senza che si sia avvertito disagio alcuno e tanto meno ritardo ulteriore rispetto a quello provocato dai giudici, non si capisce quale disastro potrebbe provocare il rinvio di tutte le udienze per un paio di mesi nella attuale congiuntura. Allora la protesta era per il sovvertimento delle garanzie concesse alle parti in ordine alla possibilità di presentare prove anche dopo finita l’istruttoria e anche in appello; adesso non è neanche una protesta, ma soltanto una precauzione. E, in più, va considerato che le modifiche del 1995 non hanno accelerato di un giorno la definizione delle cause civili; hanno solo imposto ritmi che strozzano la contesa in primo grado e le cause durano cinque o sei anni in Appello e cinque o sei anni in Cassazione. E la introduzione di riti “semplificati” (proprio perché non ha funzionato il rito rimasto dopo la scimitarra del 1995) sta facendo il resto, con un mostro giuridico al quale si adagiano o sono costretti a prostrarsi molti avvocati, cioè quello previsto per lasciare le parti nel buio delle certezze e per tornare alla funzione quasi oracolare del giudice: “procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti”, beninteso “omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio”, cioè può non sentire le fastidiose eccezioni degli avvocati.

Timido tentativo di accesso alla giustizia

Nel contesto così degradato, giungono le restrizioni dettate dal coronavirus e il presidente dell’ordine distrettuale degli Avvocati, Maurizio Capri, si fa giusto interprete perché l’astensione di due settimane proclamata dall’Organismo congressuale dell’Avvocatura non è stata presa bene da tutti e forse qualcuno pretendeva che le resse di udienza si protraessero fino al contagio finale. Pare che al tribunale di Sulmona mercoledì si sia presentata una avvocatessa proveniente da Bergamo, che ha chiesto di tenere udienza (senza mascherina, ovviamente) e per accontentarla il giudice si è dovuto spostare nell’aula di solito riservata alle udienze penali a debita distanza (che nessun algoritmo ha finora stabilito con esattezza; lo vedremo nei prossimi quattordici giorni, se quel giudice terrà ancora udienza o se si reggerà dritta l’avvocatessa avversaria). Tutto questo perché, come ha detto un giudice in queste ore parlando dei tribunali di tutta Italia, “un tribunale è come un ospedale: non chiude mai” (e ‘sticazzi…) con la fierezza di chi fa la pubblicità di un supermercato e con la piccola differenza che una toga svolazzante non è a tenuta e ci sembra di scorgere qualche diversità tra il drappo e i quasi scafandri che indossano allo Spallanzani o nei reparti a contatto con il pubblico in tutti gli altri ospedali.

Il finto stoicismo di chi vuole la ressa giudiziaria perenne cozza poi con la celebrazione a porte chiuse di processi che avrebbero dovuto essere celebrati in piazza, come quello sulla discarica di Bussi che, per lo sciagurato rito abbreviato voluto sempre per accelerare e che non ha impedito una prescrizione in trenta anni di applicazione su tutto il territorio nazionale, è rimasto noto a pochi addetti ai lavori. Ma quello che può segnare il distacco sembra sia svolgere comunque i processi al tempo del coronavirus.

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