IL SORRISO TORNATO QUELLO CHE ERA

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SCOMPARE L’AVV. GABRIELE TEDESCHI

15 APRILE 2020 – L’avv. Gabriele Tedeschi si è spento nella notte all’ospedale di Avezzano, dopo una malattia manifestatasi tre anni fa e implacabile nel suo corso. E’ stato presidente dell’ordine degli Avvocati dal 1998 allo scorso anno e per un breve periodo anche sindaco di Pratola Peligna.

Quando si condividono le emozioni del ginnasio, poi gli effluvi di libertà e percezione della vita tumultuosa al liceo e quelle della professione, è difficile ridurre la memoria di una persona alle esperienze più recenti e forse socialmente più evidenti, come appunto quella che Gabriele ha conservato per un tempo più lungo di ogni predecessore alla guida del Consiglio dell’Ordine. In verità, quella scelta ci sorprese fra tutte; troppo diversa era l’immagine che ne usciva, rispetto all’altra, forse più autentica, che sfoderava con un evidente anticonformismo. E infatti da quella elezione Gabriele Tedeschi perse il sorriso luminoso che aveva esportato dai banchi di scuola e dai primi anni di professione. Divenne più pragmatico, più stratega, a tratti cupo. O forse così sapeva di potersi mostrare, senza remore, all’amico leale che lo avrebbe appoggiato fino alla fine senza chiedergli niente, come in effetti è stato; quasi a voler confessare di dover fare una scelta obbligata, quindi una non scelta, per un senso di responsabilità da non poter discutere. Non si comprende con chiave diversa quella ostinazione di rimanere in una carica che non valorizzava la sua inventiva, il suo acutissimo spirito critico, la curiosità per altri aspetti della vita; e di farlo, per giunta, oltre il normale limite di un avvicendamento fisiologico per essere fermato solo da una decisione piovuta dall’alto; saggia decisione che ha coinvolto tutti gli ordini forensi d’Italia.

 Il “laconico Tedeschi”, come lo chiamava il prof. Aldo Del Signore al ginnasio, sapeva riservare le sue aperture a chi riteneva meritevole di essere messo a parte dei suoi problemi. E per questo il nostro colloquio ha viaggiato senza esteriorità, anche al di sopra di scelte politiche opposte e delle normalissime e talvolta aspre contese professionali. Chiuso non è stato mai, neanche alla fine, con chi pensava di conservare al proprio fianco: altrimenti non avrebbe riproposto il sorriso di oltre cinquanta anni prima proprio l’ultima volta che ci siamo visti due mesi fa, lasciandomi sorpreso e non abbastanza pronto a capire che qualcosa stava separandoci per sempre. Il sorriso che per molto tempo è stato sostituito da una risata plateale, a volte sforzata per sottolineare, più che per mostrare apprezzamento e divertimento.

Estemporaneo era stato come tutti i giovani del mondo, quando inneggiava in classe al pratolano Franz Di Cioccio della Premiata Forneria Marconi, con un senso di appartenenza che l’”ecumenismo” comunista gli strappò dalle radici dell’anima come reietta espressione piccolo-borghese. E dire che qualche anno prima si era avviato anche a formare corrispondenze per “Il Tempo” da Pratola, tanto era all’opposto del silenzioso “fare e lavorare” degli anni più intensi della sua professione. Generoso si è sempre conservato, come in occasione delle celebrazioni per i 150 anni della costituzione del tribunale di Sulmona, quando nel suo intervento ufficiale citò questo giornale sottolineando come quotidianamente svolgeva opera di informazione (fu a proposito di una ricerca su il “giudice di prima classe” dell’epoca pre-unitaria).

E chissà che non sarebbe stata più proficua una sua collaborazione anche a quest’altra avventura giornalistica del compagno di classe, invece della perdita di tempo tra convegni e forum forensi e commissioni giudicatrici e ancora di più missioni al Ministero per salvare il tribunale. Ed è stato capace di scelte indipendenti, tanto è vero che ha intrapreso e concluso la sua presidenza in dissonanza con le dirigenze del tribunale, come dovrebbero fare tutti gli avvocati, quando è necessario, e i loro rappresentanti in primis. Sempre contando sull’appoggio della base.

Consolarlo per quello che gli è capitato nell’ultima parentesi di vita era difficile, diremmo che era sovrumano; e diremmo di non averci neanche provato con convinzione per non spegnere la fiamma potente della sincerità che riscaldava il non detto anche senza le apparenze e i formalismi. Invece del confortorio, aveva gradito, insieme ad un disco di Eugenio Bennato, l’incitazione accorata a fare appello a tutta la forza di volontà perché in ogni malattia c’è una componente spirituale che sventola bandiera bianca; e lui, come dal banco del ginnasio in una difficile versione dal greco, a rispondere: “Ci provo”.

Gabriele Tedeschi nel 1972 in Vespa davanti alla redazione de “Il Tempo”