IL SOGNO DI DON DOMENICO E LA BANCA CENTENARIA

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BILANCI E PROMESSE NEL TEATRO DI PRATOLA

27 LUGLIO 2019 – Il sogno di don Domenico De Cristofaro di sottrarre i pratolani, in particolare i più bisognosi, alla logica dell’usura ha travalicato il suo secolo ed è giunto fino a cento anni dopo. Ci sono fondati motivi di ritenere che duri, sebbene modificato nella logica dei tempi che sono quelli di un ritorno imperioso alla redditività finanziaria in tutto il mondo e in ogni borgo. Il lungo cammino della “Cassa cattolica di deposito e prestito” è stato tratteggiato con dovizia di particolari dalla presidente di cento anni dopo, Maria Assunta Rossi, che ha portato cifre da banca primaria, l’unica rimasta nella provincia dell’Aquila dopo l’accorpamento selvaggio che la nuova economia ha preteso, con energia uguale e contraria a quella segnata dal reverendo De Cristofaro. Rossi ha parlato dei motivi della fortuna della Cassa Rurale, come si è chiamata la “Cassa cattolica” dal 1938: una incontrastabile solidarietà e il coraggio di garantire per tutti le obbligazioni della “Cassa”, comunque si chiamasse: poi le rimesse abbondanti dall’estero perché il pratolano che merita questo nome e che riceve una lira non dorme fino a quando non la restituisce con gli interessi. E questo vincolo morale ha fatto in modo che i soldi prestati negli anni Cinquanta e Sessanta tornassero copiosi negli anni Settanta, a favore di una banca che per questo si è potuta ingrandire e gettare le basi per l’espansione in dieci filiali, che diventeranno in autunno undici, con Francavilla al Mare; traccia sobria, quella della presidente Rossi, in tutto e per tutto in linea con la condotta delle “governances” che l’hanno preceduta e che c’è da sperare che la seguiranno. Proprio Maria Assunta Rossi ha sottolineato che innanzitutto i soci debbono credere nella loro banca, aumentando i rapporti e affidandosi all’istituto con la stessa dedizione dei fondatori e dei molti che non si sono fatti pregare quando serviva il massimo slancio per accrescere i risultati. Ed è tornata sul tema centrale delle buone condotte del socio per sentirsi veramente tale.

Incisivo in particolare è stato l’intervento del Vescovo di Sulmona e Valva, mons. Michele Fusco (nella foto del titolo), che non si è limitato a rivendicare l’estrazione clericale di chi, come don Domenico De Cristofaro, nel lontano 1919 combattè l’usura proponendo una alternativa per i bisognosi, ma ha anche indicato, senza enfasi, le direttive spirituali di Papa Francesco affinchè si modifichi questa economia rapace del XXI secolo, in nulla meno aggressiva di quella che dal primo dopoguerra portò alla crisi del ’29 e al secondo disastro mondiale. Mons. Fusco ha sottolineato che, se un esempio è stato possibile cento anni fa, potrà essere possibile una replica adesso, con la diversa impostazione del rapporto tra chi ha bisogno e chi può dare. Quello di Don Domenico De Cristofaro non è stato, perciò, solo un sogno: è stato un precedente.

 

Sala gremita al vecchio Teatro D’Andrea. L’ex senatrice Paola Pelino appena giunta si è fiondata su un posto in prima fila, lasciato libero perché la attuale sen. Gabriella Di Girolamo non era sicura che tra quelli “riservati” ci fosse il proprio. E così la ex sen. Pelino, che ha trascinato in tribunale la BCC di Pratola Peligna per usura, perdendo sonoramente la causa, era in prima fila e la attuale sen. Di Girolamo poteva applaudire solo in seconda fila. Tra le qualità dei pratolani c’è anche quella di non vendicarsi e per questo saranno considerati con bonomia dal Pastore venuto da Sulmona con tutt’altra classe. Mons. Michele Fusco, senza il codazzo di persone che in genere accompagnano i prelati e confermando il suo target, si è avvicinato ad un gruppo di persone che aspettavano l’inizio della celebrazione e non se l’è presa quando un omone, non pratolano, si è girato di spalle perché non lo conosceva. Qualcuno deve avergli fatto presente che dietro di lui c’era un vescovo e allora si è girato, scusandosi di non averlo notato perché stava contro luce. Poi si è intrattenuto affabilmente a parlargli come se fosse un vecchio compagno d’armi e alla fine lo ha salutato con una bella pacca sulla spalla, ripetuta mentre il Vescovo si incamminava verso un posticino non così in vista come quello della Pelino. Se non ci fosse stato un mezzosangue sulmonese a notare queste chicche e a scriverne, nessuno ne avrebbe fatto una tragedia. E forse questo è il segreto del successo della “Banca di Pratola”.

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