IL MIRACOLO E’ CHE SI REGGA ANCORA

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UNA STORIA AFFASCINANTE PER SANTA MARIA DI RONCISVALLE ANCHE PRIMA DELLA BOLLA DI PAOLO III FARNESE RITROVATA DI RECENTE

24 GIUGNO 2020 – Non sembra dare molto credito alla ricostruzione di una strage Francesco Sardi de Letto quando, nella sua “La Città di Sulmona”, in cinque volumi, scrive diffusamente della chiesa di Santa Maria di Roncisvalle a Sulmona, sulla via per Roma e proprio all’uscita della città, dopo Porta Romana. Alla base di tutto ci sarebbero state delle offese a donne sulmonesi in un pellegrinaggio, nell’826.

Il 21 agosto 827, quando i pescolani recarono visita alla chiesa foranea sulmonese “ben 300 di questi furono ammazzati o mutilati ed i cadaveri appesi lungo la strada, da Porta San Martino (Porta Sant’Agostino) alla chiesa di Santa Maria di Roncisvalle, nel cui sagrato un trionfo di teste mozzate completava lo sciagurato panorama”. Lo storico sulmonese aggancia alla strage subita dalle retrovie di Carlo Magno al passo di Roncisvalle la denominazione della chiesa. La fantasia popolare “che, specialmente allora, era tutta presa dall’epopea carolingia” abbinò il fatto di sangue, o, comunque, una carneficina di altra origine e di altre proporzioni (forse sensibilmente ridotte) al nome di Roncisvalle, quasi che ogni  cantastorie potesse avventurarsi in una sua chanson de Roland. Dunque, de Letto prende con le molle l’ipotesi che il Pansa aveva affacciato nella “Rassegna Abruzzese” del 15 agosto 1899, pag. 144 e seguenti. Crede di più alla intitolazione di quel luogo, che conteneva un ospedale per la assistenza degli “incurabili”, all’opera del Vescovo di Pamplona, nella Navarra, che aveva fondato sulla strada per Compostella (Campus Stella, ma anche Compostela) un ospedale dedicato a coloro che percorrevano il lungo cammino verso San Giacomo Apostolo e che conferì proprio il nome di Santa Maria di Roncisvalle alla costruzione “nel punto più pericoloso dei passi o gole dei Pirenei” e “fu uno dei più famosi, essendo uno dei quattro Ospizi generali del mondo cristiano“.

La lunetta con l’immagine della Madonna che anche Re Ladislao credeva miracolosa

Sorreggevano questa istituzione di cura e assistenza canonici, suore, infermieri, commendatori che componevano l’”Ordine di Santa Maria di Roncisvalle”; in Italia era guidato da un commendatore che risiedeva a Bologna, nella chiesa di Santa Maria Mascarella, con annesso ospedale, appunto.

Una bolla conosciuta ma a lungo trascurata

Alla bolla di Paolo III, cioè di Alessandro Farnese, fa esplicito riferimento Francesco Sardi de Letto, che annota come il pontefice vi riconobbe “i numerosi miracoli dell’antica immagine”. La chiesa, con l’ospedale che doveva sorgere su un sito prima occupato da una chiesa di San Vincenzo, “ebbe perciò onori e privilegi e grande afflusso di pellegrini”. La bolla papale era ben nota da circa ottocento anni, cioè nel periodo di maggior splendore di Sulmona, sebbene non abbia più mosso le migliaia di pellegrini; per questo è decaduto anche il luogo eletto a meta dei lunghi, sacri trasferimenti. E, visto che siamo in tema di bolle, occorre citare anche quella di Bonifacio IX, Pietro Tomacelli, che il 9 agosto 1392 incorporò l’ospedale di Santa Maria di Roncisvalle alla Casa Santa dell’Annunziata, con l’obbligo per l’incorporata di erogare l’annuo reddito, “che pare fosse stato di 150 fiorini d’oro per gli infermi degenti presso la Casa Santa”. Affascinato dalla immagine della Madonna in Roncisvalle doveva essere il re Ladislao (quello del sigillo donato a Sulmona insieme a tanto oro quanto pesava il figlio nato qui durante un lungo viaggio), che infatti impose a Gentile de Merolini, sulmonese, luogotenente della R. Camera, Maestro Razionale della Gran Corte, Regio Consigliere e Protonotario del Regno di Sicilia, di spendere 20 oncie in parati ed ornamenti  a favore della chiesa di “Sancte Marie de Ronzivallis”

Occorre badare anche alle pietre che cadono

In tempo di pandemia, non guasterà notare che Santa Maria di Roncisvalle rimase alle dipendenze dell’Annunziata “ancora per accogliere gli infetti durante le epidemie. Poi – annota ancora Sardi de Letto – il tempo, i terremoti e l’incuria fecero il resto. L’Annunziata la possiede ancora, ma oggi è un rudero: dell’antico ospedale nulla è rimasto, tranne qualche idea di fondamenta, la chiesa è cadente, l’immagine di S. Maria, cara a Ladislao e dispensatrice di miracoli, come riconobbe il Farnese, piange, screpolata ed annerita, tra le pietre cadenti senza essere più capace di compiere il miracolo della rinascita del suo altare. L’insegna della Città antica, posta su quel portale, forse all’epoca del riconoscimento da parte di Ladislao, nel 1410, ora è fuori sesto: sta per piombare per terra”.

Ma Sulmona non tiene alle sue bolle (e alle sue chiese)

Negli anni successivi un paio di restauri furono compiuti, ma adesso le condizioni della chiesetta sono di nuovo molto precarie.

Indubbiamente può rivestire grande importanza l’istituzione di una sorta di Perdonanza con la bolla di Paolo III, emanata successivamente alla revoca, da parte di Bonifacio VIII, di tutte le bolle che istituivano indulgenze (quindi anche quella di Celestino per la Perdonanza aquilana), per proclamare un anno santo ogni cento anni (poi cinquanta, da ultimo ogni venticinque). Intanto, non va dimenticato che un altro Papa Paolo, V questa volta (Borghese), istituì una indulgenza rilevantissima, della quale ancora oggi è testimonianza di pietra l’ingresso della Chiesa della Trinità. Ma non sembra che, nonostante quella chiesa non sia cadente, la città di Sulmona e gli amministratori abbiano mai considerato negli ultimi decenni o secoli l’importanza di essere al centro di possibili pellegrinaggi.

Da una finestra laterale si intuisce che la chiesa manca completamente del tetto