IL CENTRO STORICO VA RIFONDATO

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LE MISURE PER ATTIVITA’ E RESIDENTI DEBBONO ESSERE DRASTICHE

19 MAGGIO 2019 – Di tanto in tanto il dibattito sul destino del centro storico si riaccende. Per lo più prendendo spunto da fatti contingenti, si finisce per interrogarsi sui motivi che da quaranta anni a questa parte hanno portato ad uno svuotamento e alla perdita di molte peculiarità estetiche della cinta muraria.

Oggi l’occasione è data da rifacimenti di aree e larghi, per lo più nelle pavimentazioni. Ma, seppure molto brutte, queste “soluzioni” non stanno alla base di una trasformazione così sensibile del centro. Neanche le ricorrenti scosse sismiche degli ultimi dieci anni (fenomeno abbastanza sconosciuto almeno nel periodo successivo al settembre 1933 e poi, di nuovo, dal 1984 al 2009) hanno svuotato il centro storico, che si era andato privando del suo ruolo per il sostanziale trasferimento di attività commerciali negli aggregati di supermercati e ipermercati sorti in periferia; e che, sotto il profilo abitativo, aveva subìto una migrazione nella zona PEEP e nelle aree di edilizia residenziale privata già sul finire degli anni Ottanta.

La costruzione di centri commerciali in misura eccessiva (soprattutto in Abruzzo, che è stato in testa al rapporto tra numeri di ipermercati e popolazione residente) ha deviato molti investimenti; il degrado è scaturito proprio da questo.

Molto hanno fatto, in aggiunta, gli amministratori comunali che hanno violentato il centro con autorizzazioni per esercizi pubblici, dalle discoteche spacciate per pub alle rivendite di generi che starebbero bene proprio nei centri commerciali e basta, cosicchè il livello della offerta del centro si è ulteriormente abbassato.

Per risollevarlo occorre porre mano ad una serie di provvedimenti di orientamento esattamente opposto; il primo fra questi riguarda la leva fiscale, sulla quale il Comune deve agire per incentivare la ricollocazione delle attività commerciali, senza le quali è fuori luogo anche solo parlare di vita nel centro storico, che la mattina presto e, poi, dalla chiusura degli uffici si presenta come un museo senza visitatori e anche nelle altre ore del giorno propone una immagine assolutamente irreale e niente affatto accattivante pure per il turismo. Aprire un esercizio in centro deve essere operazione esente da ogni incidenza fiscale, ivi compresa la tassa per la raccolta dei rifiuti, per almeno tre anni; e nel contesto attuale, per consentire la permanenza di attività commerciali è necessaria una moratoria degli stessi tributi anche per gli esercizi che soltanto rimangono nel centro. Coniugata a questo tipo di intervento deve essere la scelta di stilare una categoria di attività verso le quali la pubblica amministrazione intende rivolgere una particolare cura perché torni (o resti) a rappresentare una attrattiva; e in questo senso le esenzioni potrebbero riguardare determinate categorie di merci o di servizi. Il Comune si può dotare di un protocollo che preveda la precedenza per lavori di risanamento o riparazione di edifici pubblici nella cinta muraria, con uno scadenziario che imponga al segretario comunale e ai direttori dei lavori di riferire al sindaco ogni semestre sull’andamento degli appalti; e questo potrebbe evitare gli scempi di Palazzo Pretorio che da oltre dieci anni è votato alla disintegrazione.

Si potrà obiettare che una presenza così incisiva, quasi un dirigismo economico, sia inquadrabile in una concezione non moderna, o quanto meno non liberale della economia. Ma occorre valutare che se siamo arrivati a questo punto è per l’effetto di interventi certamente non neutri, né leggeri, che si sono espressi e si esprimono in intollerabili divieti, restrizioni, sanzioni fulminee verso residenti e commercianti del centro; al punto che per un ritorno all’equilibrio, cioè per rendere davvero comparabile in termini di convenienza commerciare in centro o fuori, abitare in centro o fuori, non si può prescindere da una spinta in senso opposto rispetto a quella che talvolta è stata data senza alcuna effettiva necessità e in alcuni casi solo per valorizzare aree lontane dal centro o attività che avevano solo il pregio di dare occupazione; cioè al di fuori di ogni valutazione in ordine alle esigenze della collettività.

Gli sfregi che si stanno infliggendo con travertini, sedili cubici adatti ad elefanti, barriere architettoniche che prima, in epoche di minore sensibilità sul punto, neanche c’erano; tutti questi sono aspetti recenti e, per quanto dannosi, non determinanti ai fini della vivibilità e, quindi, della abitabilità del centro. E che oltretutto potranno essere rimossi non appena andrà a sedersi sulla poltrona di sindaco una persona più attenta al suo ruolo e alla immagine dell’unico centro monumentale rimasto in Abruzzo dopo il 2009.

La crisi del centro per come è scaturita da almeno tre decenni di scelte che possono davvero definirsi punitive è, invece, crisi del sistema urbanistico e commerciale, sul quale non a caso i programmi dei partiti delle ultime tre elezioni sono rimasti molto vaghi e si sono tenuti al di qua della soglia di larvate riforme della Zona a Traffico Limitato, che è argomento sopravvalutato (come se il traffico a Sulmona, dopo che a… Palermo con Johnny Stecchino, fosse il vero problema).

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