GLI ELEMENTI DELLA NATURA NELLA POETICA DEL SULMONESE

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Solo al fuoco distruttore è negata la metamorfosiLO DIMOSTRA LA FINE DI FETONTE SUL CARRO DEL SOLE

E’ difficile individuare una gerarchia fra i quattro elementi che si scissero dal caos per comporre l’ambiente della vita dell’uomo. Tuttavia è assegnato al Fuoco un ruolo assai meno positivo di quello che gli Antichi riconobbero all’Acqua, all’Aria e alla Terra.

Il mito, così come traspare dall’opera di Ovidio, da un lato riconosce nell’acqua il mezzo del quale Zeus si servì per punire le nefandezze degli uomini, con quel diluvio che annega quasi tutti; ma, dall’altro lato, le attribuisce il salvifico effetto di costituire un nuovo mondo. Dunque, l’acqua, attraverso il diluvio, ha il potere di rigenerare e di correggere gli uomini; anche il diluvio è un passaggio, una modificazione e, se si vuole esprimere un concetto sociale, è una riforma che, sia pure dolorosamente, consente di eliminare la parte corrotta perché la parte sana non sia contaminata. Realizza, così, un progetto che in sostanza conserva il genere umano.

Sin dalle prime pagine delle “Metamorfosi”, invece, il fuoco è elemento che atterrisce, ma, ciò che è più importante, sprigiona la sua energia soprattutto contro chi, peraltro, non sarebbe tanto colpevole da meritare la distruzione finale, cioè l’impossibilità di emergere sotto altre forme. Non c’è, dunque, la degradazione, ma l’oblio definitivo; non c’è la possibilità di riscatto. Rimane solo cenere, mentre dal diluvio era rimasto, una volta prosciugate le acque sovrabbondanti, il fango che l’aria e lo stesso fuoco (in “dosi benefiche”) modellano per una nuova vita. La più estrema espressione di questo elemento corrisponde alla negazione delle metamorfosi, perché è l’annichilimento.

L’ARDORE SENZA GOVERNO

Fetonte è “reo” solo di un capriccio, per di più giustificato dall’ansia di sapere se davvero il Sole è suo padre. E’ un giovinetto tragicamente solo, che non riesce a riposare sulla verità della madre Climene e ottiene dal Sole una prova superba: quella di poter fare qualunque cosa perché quella paternità è una verità assoluta. Può guidare anche il carro che ogni giorno conduce il Sole lungo il proprio cammino; inutilmente il padre, proprio perché vero padre, tenta di dissuaderlo. La prova è di molto superiore alle sue possibilità; ma negarla equivarrebbe a confermare il sospetto e il padre “perderebbe” comunque quel figlio. Il risultato sono le devastazioni di un fuoco che, condotto da cavalli consapevoli di essere privi di un saldo governo, transita lungo percorsi non consentiti o soltanto non consueti. “Fu allora che la Libia, evaporati tutti gli umori, divenne un deserto, allora le ninfe con i capelli scompigliati piansero la scomparsa delle fonti e dei laghi”, “Allora per la prima volta i raggi scaldarono la gelida Orsa, la quale cercò, invano, d’immergersi nel mare ad essa vietato; e il Serpente, che si trova vicino al polo glaciale e che prima era intorpidito dal freddo e non faceva paura a nessuno, si riscaldò e a quel bollore fu preso da una furia mai vista”, “Un rogo immenso è l’Etna, aggiunto fuoco al fuoco”, “Il Nilo fugge atterrito ai margini del mondo e nasconde il capo, che non si è più riusciti a trovare” (Metam., lib. II, 236 e segg.).

La caduta di Fetonte

Ben altra descrizione Ovidio aveva riservato all’eccesso di Acqua, che pure morte e distruzione aveva recato. I toni nella narrazione del diluvio erano certamente diversi: “Uno si ritira sopra un’altura, un altro seduto in una barca adunca, rema sul punto dove poco prima arava (…) questo afferra un pesce in cima ad un olmo”. Tutto era più lieve, ilare se non addirittura idilliaco, pur rimanendo un quadro di disperata solidarietà: “Nuota il lupo tra le pecore (…)”, già quasi in vista del miglioramento successivo: “Così, quando il Nilo delle sette foci si ritira dai campi, lasciandoli bagnati e riporta le sue correnti nel letto originario, e quando la mota ancor fresca si secca ai raggi dell’astro, i contadini rovesciando le zolle trovano moltissimi animali, e tra questi ne sorprendono alcuni proprio sul nascere”.

L’eccesso di Fuoco è crudele e non lascia spazio alla nuova vita: “Fetonte, con la fiamma che gli divora i capelli rosseggianti, precipita girando su se stesso e lascia per l’aria una lunga scia, come a volte una stella può sembrare che cada, anche se non cade, giù dal cielo sereno (…). Le Naiadi d’Occidente seppelliscono il corpo incenerito dalla folgore a tre punte”. Neppure il pianto disperato della madre (che lo trova dopo aver girato tutto il mondo) può suscitarlo, come invece accade nel riscatto di altre forme: “(…) si accasciò sul tumulo e inondò di lacrime il nome che lesse sul marmo, scaldandolo col seno scoperto”. Sul “marmo” quelle Naiadi non avevano descritto una colpa, né tanto meno una nefandezza, anzi: “Qui giace Fetonte, auriga del cocchio del padre; / Non seppe guidarlo e cadde, ma fu impresa grandiosa.”

GUARDARE IL SOLE PER DUBITARNE.

Il fascino di quelle imprese grandiose è rimasto all’Uomo in tutti i secoli che ci separano da Ovidio; poter guardare il Sole come massima espressione del fuoco è insito nella posizione eretta dell’uomo e gli è peculiare rispetto ad altri animali. Ma, fuor di metafora, si identifica con questa possibilità il progetto umano di continua evoluzione, cioè di superamento costante della condizione attuale. Più che in ogni altra epoca questa ricerca ha subìto impulso nei secoli a noi più vicini, fin a far dubitare (chè questa è la chiave: il dubbio) della stessa posizione del centro massimo del fuoco, con l’intuizione di Galileo, tanto che si può percepire come un tormento (nel senso di moto inesauribile e necessitato) l’influsso del fuoco nella vicenda umana. E’ un tipo di moto, come quello del Fetonte ovidiano, che scardina le certezze, ma può evitarci il dissolvimento, se tempera il rivoluzionario capriccio con i dati dell’esperienza acquisita. In realtà, del fuoco si teme la forza selvaggia ed incontrollata e ad esso si abbinano prospettive di distruzione totale perché fondamentalmente non si conosce ancora un modo di verificare socialmente il suo uso estremo. Così, mentre nessuno può attendibilmente prevedere un nuovo diluvio, la vera preoccupazione si accompagna all’esplosione di micidiali ordigni che provocherebbero mutazioni irreversibili, attraverso l’esperienza suprema di una “scintilla” incandescente, estrema e forse finale espressione del fuoco, che avrebbe per l’Uomo gli effetti della caduta di Fetonte dal carro del Sole.  Ed ancora torna la speranza di salvamento nell’acqua, se è vero che, come è prospettato da recenti ricerche, anche la distruzione di ogni forma di vita sulla terra a causa di una catastrofe nucleare non segnerebbe la parola “fine” alla vita nel mondo perché, anche nella ipotesi di contaminazione per migliaia di anni, riprenderebbero il paziente ciclo delle trasformazioni le elementari forme di vita negli abissi ancora sconosciuti degli oceani e la loro metamorfosi durerebbe più dell’ultima scoria del disastro nucleare. E’ una speranza che, come nell’antichità e nelle “Metamorfosi”, non viene dal fuoco, ma dal suo opposto: l’acqua.

L’INTRANSIGENTE PUREZZA

Espressione della materia divina ed incorruttibile della quale sono formati, secondo i filosofi greci, gli astri e le anime (Piccola Treccani, vol.IV, pag. 982), il Fuoco non può, per ciò stesso, costituire il mezzo di una trasformazione, ma è causa dell’esito finale, quindi della estrema conseguenza. Non per questo ha soltanto una valenza negativa: basterebbe infatti chiedere ad un rivoluzionario se sia negativo l’annientamento di un certo assetto sociale. Resta da vedere se il costo di un annientamento ricorrente sia sostenibile dall’Uomo e soprattutto se l’uomo raziocinante (non già l’ardimentoso eppur martire Fetonte) debba incenerire di tanto in tanto quello che lo circonda; e resta da vedere se le speranze di nuova vita debbano essere legate alle amebe degli oceani solo perché dopo millenni non si è ancora in grado di determinare un controllo sociale sull’uso del Fuoco supremo. L’angoscia dell’Uomo parte probabilmente da questa considerazione. Ma la forza eversiva dell’elemento più puro tra quelli indicati da Empedocle di Agrigento non giustifica di per sé questa angoscia. Al di là di tutte le personificazioni derivanti dal mito, il Fuoco non ha una coscienza e l’esercizio della ragione lo ha studiato e controllato, riducendolo a strumento. La storia delle vicende dell’Uomo, che è cosa diversa dalla mitologia, insegna che cenere e macerie sono venute quando le coscienze si sono assopite o non hanno potuto reagire. Cioè quando le anime hanno perso quella purezza che secondo gli antichi le accomunava agli astri e che, più semplicemente, ai giorni nostri può essere definito l’intransigente fervore nel combattere ogni tipo di tirannìa, di totalitarismo e di soluzione irrazionale.

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