STORIE DEL I° MAGGIO – GIOVANNI COLAIACOVO, DEL SOGNO DI GIUSEPPE CHE PARTI’ DA PRATOLA

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SCOMPARE UNO DEI FRATELLI CHE HANNO COSTITUITO UN VASTO POLO INDUSTRIALEIL VALORE PRIMARIO DEL LAVORO PER LA DIGNITA’ DELLA VITA

I MAGGIO 2020 – Il viaggio da Pratola a Gubbio ha liberato Giuseppe Colaiacovo dei tanti ostacoli che una piccola realtà economica conserva quasi con puntiglio e per affezione a schemi abitudinari. Lo spirito imprenditoriale non subiva retaggi dal sistema politico nazionale, ma dall’asfittico panorama di un comprensorio più votato alla logica impiegatizia. Del resto, tali e così ricorrenti erano le crisi del settore agricolo (l’unico ganglio dell’economia ad avvicinarsi agli orizzonti dell’ impresa) che il ceto medio, per non parlare delle imprese familiari, puntava su categorie sociali legate al reddito fisso e sicuro. E neanche del tutto a torto: proprio agli ultimi anni Venti risalivano gli attacchi di fillossera che cambiarono radicalmente la produttività della vite, frutto maggiore del quadrante economico peligno e richiesero ingenti investimenti per rinnovare l’intero sistema. La rivolta del 1933, che condusse a contrapposizioni sanguinose (proprio a Pratola si contarono vittime) fu il segnale di un disagio profondo. Non c’era lo spazio per l’inventiva e tanto meno per una giusta ricompensa del rischio di impresa. Giuseppe Colaiacovo portò con sé la moglie, Carmela Di Cristofaro e l’unico figlio che era già nato, Pasquale, verso un “nuovo mondo”, che non era quello lontano delle Americhe, come lo era stato per molti pratolani dall’inizio del secolo e continuò ad esserlo fino al secondo dopoguerra e agli anni Sessanta.

Carmela Di Cristofaro, moglie di Giuseppe Colaiacovo

Gli bastò la pur vicina Umbria, dove si potevano mettere in pratica le doti della laboriosità più creativa; dove il miraggio (o l’abbaglio?) dell’impiego non è stato al primo posto fra gli obiettivi di chi intendeva non cedere mai alle comodità, per dare al lavoro una profonda e cosciente dignità, ben diversa dalla rendita. Del resto, il “cristiano senza Chiesa”  e “comunista senza Partito” Ignazio Silone ha descritto il temperamento dei peligni che hanno  “un cuore generoso perché di qui partirono i primi impulsi di rinnovamento sociale, quando altri luoghi della Regione si attardavano ancor in condizioni semi feudali”.

“Come va il lavoro?” è la domanda che Giovanni Colaiacovo, figlio di Giuseppe come Pasquale, Franco e Carlo, ci ha rivolto quasi ad ogni incontro, sia nelle occasioni più strettamente professionali che in quelle di svago, nel giorno dei Ceri”, il rituale che con la “Madonna che scappa in piazza” a Sulmona condivide l’energia della corsa incalzante e liberatoria. Era un “Come va la vita?” più precisato, una specie di scambio di credenziali che denotava l’appartenenza ad un mondo che crede nella concretezza; e soprattutto crede nel dovere di non fermarsi; un impegnarsi affinchè alla stessa domanda, qualche tempo dopo, si possa rispondere con “Meglio di prima”.

Meglio di prima le cose erano andate di anno in anno per Giuseppe, nella sua simbiosi con Carmela: dall’allestimento di una robusta fornace, come in un avvio di epopea, all’acquisizione di nuove e spaziose fette di produzione e di mercato. Questo fu il compito che hanno ripreso i “Fratelli Colaiacovo” quando giovanissimi rimasero senza Giuseppe, ma ancora guidati dalla luce della salda pratolana di Bagnaturo Carmela.

“Come va il lavoro?” ha continuato a domandare Giovanni affidandosi ad un interpello che denotava premura per l’interlocutore, come si dice che abbia un profondo significato di accudienza e di affetto la domanda “Hai mangiato?” che si scambia nelle società meno distratte dall’approccio di maniera (al punto che Elsa Morante la riteneva espressione di grande amore per l’interlocutore).

E Giovanni non si limitava ad una replica di maniera quando di rimando gli si chiedeva: “E tu come stai?”. Per un periodo la sua prima risposta era legata alla maggiore preoccupazione della sua vita: la salute della moglie Franca, con i progressi e gli arresti dovuti all’età. Aveva conservato, dell’impostazione familiare irrobustita dall’esperienza di Pratola e trapiantata e rinnovata in Umbria, i punti cardinali per mantenere equilibrio anche nei passaggi più impegnativi per chi è nato libero e tiene a conservarsi libero, lontano dalla logica finalizzata alla sicurezza del giorno e del tempo presente. Voleva comporre, ed ha composto, il quadrilatero di figli del quale sarebbe andato fiero Giuseppe quando si rivolse a nuovi lidi con il bagaglio della tenacia e inventiva pratolana.

Franco, Pasquale, Giovanni e Carlo Colaiacovo, figli di Giuseppe partito da Pratola negli anni Trenta