FRASI EPICHE NELL’ASCENSORE DEI SOSPIRI

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Avvocati ripresi da Daumier

SINGOLARI COINCIDENZE PENSANDO AI TRE ANNI DALLA SCOMPARSA DI ENZO ACCARDO

8 NOVEMBRE 2019 – Quando verso la fine di ottobre stavano per compiersi i tre anni dalla scomparsa del caro Vincenzo Accardo, nella grigia e pensosa atmosfera dell’ascensore 4 della Corte di Cassazione, nel silenzio dei tanti presenti (e ognuno andava con i suoi pensieri), veniva in mente di considerare come una persona rimanga presente in spirito per quante volte un frammento di vita ce la riporti alla memoria.

Era venuto a Roma per approfittare di un passaggio e raggiungere la mèta di una delle sue tracce culturali, una mappa settecentesca, fuoco culturale per il quale la settimana scorsa lo ha ricordato, in una conferenza sulla cartografie dell’Abruzzo, la “Università della libera età”. Avanzandogli il tempo, si era incuriosito per seguire una udienza della Suprema Corte; ci eravamo imbarcati insieme al piano terra nel già saturo ascensore 4, che a stento si chiudeva. Arrivati al primo piano, le porte si riaprirono e sul corridoio due persone attendevano per salire; Enzo, che sapeva anche essere faceto oltre che raffinato conoscitore delle carte d’Abruzzo, abbinando l’ascensore al supremo organo di giustizia che ha sede al Palazzaccio, disse ad alta voce per consentire l’ingresso degli altri: “Stringiamoci a Corte!”. Un giovane ed elegante signore accanto a lui sorrise divertito; un altro lo guardò stupìto; un altro fece finta di non aver sentito; gli altri non avevano proprio sentito e appartenevano a quella oleografia di cassazionisti che sarebbe stata ben descritta da Daumier.

Accardo ci aveva raccontato che quando faceva di queste battute riceveva un voto da 1 a 10 di Lillino Giammarco, fratello di Chiara, anzi chiarissima giudice oggi in forza all’Ufficio del Massimario della Suprema Corte che di lì a poco, quando stavano per compiersi i tre anni dalla scomparsa del fine conoscitore di mappe e di vie che fanno incontrare gli abruzzesi, entrò nell’ascensore 4 rispondendo con garbo e sovrappensiero al saluto di uno dei tanti.

Nella foto del titolo l’ingresso della seconda Sezione penale della Corte Suprema di Cassazione

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