FRANCESCO II DIVENTA SANTO?

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L’ANNUNCIO DEL CARDINALE SEPE – IL DISEGNO DI UNIRE L’ITALIA DAL SUD E IL MESSAGGIO DI ADDIO AI SUDDITI CON L’AUGURIO DI ESSERE FELICI

15 DICEMBRE 2020 – Il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, prendendo congedo dalla Diocesi, ha annunciato che i vescovi della Campania “presenteranno due candidati alla santità ed uno è Francesco II di Borbone” (nella foto del titolo lo stemma dei Borbone).

Poco più che ventenne, Francesco II fu travolto dal trono, invece che esserne sostenuto. Erede delle riforme che Carlo II avviò nel Settecento, scontò il dramma di un regno succube, sostanzialmente, dell’Inghilterra che nel Sud d’Italia aveva mire letteralmente colonialistiche per lo sfruttamento delle risorse minerali e agricole di uno degli Stati più floridi d’Europa e che guidò con cinica regia la conquista dell’Italia da parte del Regno di Sardegna.

Francesco II, a capo di un regno “difeso solo dalla sirene” (Eugenio Bennato, Questione Meridionale”) per il diretto rapporto con il Mediterraneo e lo sviluppo della flotta navale mercantile, issò il tricolore sui palazzi del governo di Napoli prima che giungesse Garibaldi ed ebbe il solo torto di presentarsi come monarca che avrebbe potuto guidare l’unificazione d’Italia dal Sud, con i cospicui giacimenti finanziari rispetto all’enorme indebitamento del Piemonte. Dovette combattere (ma solo per poco, perché le bombe sabaude squassarono Gaeta, ultima residenza prima dell’esilio a Palazzo Farnese a Roma) contro i pregiudizi che lo volevano “inetto” e “bigotto” (definizioni di Benedetto Croce, lo stesso liberale che sostenne che la Controriforma aveva salvato l’unità della Chiesa), ma lasciò ai suoi sudditi un messaggio che non ha avuto pari nella storia degli addii dei re detronizzati, neanche nelle fasi della partenza dell’ultimo Savoia costretto a lasciare l’Italia meno di un secolo dopo. Fu capro espiatorio per la rottura del momento felice tra il trono e gli intellettuali napoletani per la grave mancanza alla parola data dal cardinale Ruffo di Calabria alcuni decenni prima (proprio per volere degli inglesi che non vollero transigere sulla esecuzione del principe ed ammiraglio Caracciolo).

Al suo capo della polizia Liborio Romano, che alla partenza, sul molo del porto di Napoli, già era pronto a intendersi con i nuovi occupanti, si limitò ad un confidenziale invito (“Guàrdate o’ cuoll”), per metterlo in guardia sulle conseguenze del doppiogiochismo, anziché mandarlo direttamente davanti al plotone di esecuzione, come avrebbero meritato anche i generali traditori a Calatafimi o i mille corruttori che giunsero a intentare cause per farsi rimborsare dal nuovo regno le somme pagate per depotenziare la difesa militare borbonica (come a Pescara per la conquista del forte). Sopportò con pazienza che il Regno d’Italia fosse proclamato in lingua francese; e le più gravi umiliazioni per le rappresaglie della nuova borghesia, per lo più ignorante, proveniente dal Piemonte, che infierì con le riproduzioni del viso della moglie, Maria Sofia, sorella dell’imperatrice d’Austria Elisabetta, montate su corpo di prostitute nude e diffuse in tutta Italia.

Solo dopo la sua morte, nel 1894, pare si sia materializzato il progetto dell’agguato di Monza, con l’uccisione del re Umberto I; egli non avrebbe mai consentito che un italiano venisse ucciso da un italiano e dinanzi ad un giovane che cercò di ucciderlo, chiese stupefatto: “Ma perché mi vuoi uccidere, che ti ho fatto?”