FILM – Una chiave dopo 70 anni apre molti misteri

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AL “ROMA” DI ROCCARASO IL RECUPERO DI UNA VERSIONE DELL’OLOCAUSTO

22 LUGLIO 2012 – Capita di trovare d’estate, in qualche anfratto della distribuzione, pellicole che non sono state proposte durante il resto dell’anno o che sono rimaste sotterrate dall’offerta delle multisale, compatta e commercialmente orientata senza alternative concrete. Così, ci si può imbattere, in un grazioso “Cinema Roma” di Roccaraso, ne “La chiave di Sarah”, tratto dal libro di Tatiana de Rosnay che

ha già venduto tre milioni di copie in Francia e due in Inghilterra; viene proiettato anche questa sera e aggiunge molto al pur consistente filone della tragedia dei campi di concentramento e di sterminio della seconda guerra mondiale. Non toglie nulla, perchè non esclude le responsabilità di chi ha voluto allestire il massacro: ma fa comprendere, ai molti che quella Storia non l’hanno vissuta e ai moltissimi che non hanno potuto leggerne una ricostruzione completa, che le deportazioni furono volute anche dalle società che subirono l’aggressione e gli artigli dell’apparato nazista. Significativa è la precisazione di un giornalista dei giorni nostri, a Parigi, in una riunione di redazione di un magazine che si appresta a studiare “quel” periodo, quando un collega osserva come sia stato strano che dell’ammassamento di migliaia di ebrei al velodromo non risultino fotografie o filmanti, oppure almeno documenti (“Eppure i nazisti riprendevano tutto e archiviavano tutto”): il capo-cronista si limita ad annotare: “Ma al velodromo non c’erano nazisti, fecero tutto i francesi…”.

E’ un film che richiede molto coraggio per le scene che hanno costellato la permanenza di quelle persone nel velodromo, il loro trasferimento, la brutale separazione delle donne dai loro figli: tutte immagini mai proposte per una sorte di rimozione collettiva o chissà cos’altro. Ma ci vuole coraggio per accettare anche il non lieto-fine quando una accorta trama aveva fatto sperare che la chiave della piccola Sarah, il suo innocente e infantile marchingegno per salvare il fratellino, si trasformerà in una trappola senza speranza per nessuno, neanche più per lei e il suo avvenire.

Non c’è solo tragedia, però: ci sono ponderosi atti di eroismo, il principale di tutti, questo sì, non inedito (pur nella diversità di prospettiva del film) consistito, ancora una volta per chi agisce eticamente orientato, nella ribellione all’ordine dell’occupante e, in genere, all’ordine della autorità se quell’ordine non attraversa il meticoloso eppure sempre uguale filtro della Giustizia.

Sorprese di una “proposta” cinematografica che avrebbe meritato più spazio, ma che almeno nella sempre interessante Roccaraso è approdata per ricordare come anche nelle ore dei lupi possa conservarsi la speranza. O almeno il “recte vivere”.

Coincidenza vuole che proprio oggi il Presidente francese, François Hollande, ha commemorato il sacrificio dei 13 mila 152 uomini, donne e bambini rastrellati in quattro giorni a Parigi del 16 luglio 1942, sulla base di liste stilate dalle autorità francesi e in esecuzione di una direttiva dell’amministrazione di Vichy “tanto zelante da stupire persino l’occupante nazista”, come riporta il “Corriere della sera”. “La verità, dura, crudele, è che neanche un soldato tedesco, neppure uno, partecipò a questa operazione. La verità è che il crimine fu commesso in Francia, dalla Francia” ha detto Hollande, collocandosi nel solco di un altro presidente francese, Chirac, che nel 1995 per primo ammise le responsabilità della Francia nelle deportazioni: esattamente al contrario di quello che per anni affermò Charles De Gaulle.

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