“E’ UMANA LA CONDANNA VIA SKYPE?”

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SE LO CHIEDE UN GIUDICE DEL TRIBUNALE DI ROMA CHE NON PARTECIPA ALLA GARA A CHI ARRIVA PRIMO AL PROCESSO DA “REMOTO”

27 APRILE 2020 –  “L’imputato che rischia la galera diventa un francobollo sul monitor: è umana la condanna via Skype?”  osserva, con la pietas di chi deve giudicare, il dott. Valerio de Gioia della prima sezione penale del tribunale di Roma; mentre il garante  della riservatezza, Antonello Soro, in una lettera al ministero della giustizia del 17 aprile, reputa “degni della massima attenzione” i temi  prospettati dall’Unione delle Camere Penali sulla assenza in un’aula di giustizia, della difesa e sulla scelta di affidate a Skype e a Teams, entrambe piattaforme Microsoft , la gestione di questi collegamenti.

In vista della “fase 2” del contrasto alla pandemia da coronavirus, le informazioni giornalistiche riferiscono di una specie di gara, tra gli uffici giudiziari, alla celebrazione di processi da “remoto”, cioè con le nuove tecnologie telematiche: non si sa se la corona dell’…anti-coronavirus giudiziario spetti a Pescara o a Sulmona. Ma certamente la corsa a quale tra gli uffici giudiziari sarà più bravo ad introdurre le nuove modalità fa perdere di vista l’obiettivo primario, che è quello di tornare alla normalità delle celebrazioni delle udienze secondo il “format” millenario della presenza del giudice, del cancelliere, del difensore, dell’imputato, della parte civile. La scorciatoia del collegamento da “remoto” rischia solo di conculcare l’esigenza primaria per il giudice, che non è quella di evitare la presenza dell’imputato o della parte civile, o dei difensori; sotto il profilo civilistico, questa tendenza sta alla base della “sommarizzazione” del processo che con sfrenata eccitazione è stata percorsa da tre decenni a questa parte, senza che già nel “penale” abbia sollevato di un millimetro lo stato comatoso della procedura in Italia, che anzi si è definitivamente avviata verso la deriva della prescrizione.

In questi giorni e in queste ore, mentre si celebra la gara a chi applica per primo la telematica, gli avvocati penalisti e civilisti hanno sottolineato che, se una persona deve essere giudicata, lo Stato e, quindi, l’apparato giudiziario, debbono farlo secondo il rispetto delle norme che garantiscono la difesa, con i costi che tale garanzia primaria comporta. Solo in questa prospettiva si giustifica, tra l’altro, la conservazione dei presidi giudiziari sul territorio, compresi quelli più piccoli che sono stati sottoposti ad un forsennato disboscamento per precisa scelta della magistratura; con la telematica applicata acriticamente non si capisce perché dovrebbero rimanere aperti tribunali e corti d’appello, quando si potrebbe concentrare un “server” gigantesco, magari lungo il raccordo anulare di Roma o sulle Alpi e da lì collegare ogni giudice o corte con carceri, questure e studi legali , certamente senza pericolo di contagio. E a questo punto si potrebbe passare pure alla cibernetica giuridica, con la riduzione da 8000 a 1 giudice, telematico, in tutta Italia, al quale presentare il caso e dal quale ricevere il responso.

Nella foto del titolo: le decorazioni della Corte di Cassazione, studiate dall’architettura ottocentesca per incutere timore agli utenti della giustizia: una scelta che si rispecchiava anche nelle proporzioni del “Palazzaccio” e negli spazi. A questo allestimento… cinematografico e tutto sommato abbastanza ingenuo, seguirà la più subdola trasposizione del processo nell’ambito del “remoto” telematico?

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