D’ANNUNZIO. MARIA, NON GABRIELE

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L’Altopiano delle Cinque Miglia,

AULICA NARRAZIONE E DURA REALTA’ NEL MONDO DEI PASTORI  E NELLA VITA DI UNA DONNA

13 OTTOBRE 2018 – Non aveva mai tempo. Non un momento per prendere fiato tra un lavoro ed un altro; mai neanche l’indugio di rimettere a posto casa tra un pasto e l’altro, che è occupazione tanto vituperata, ma che a lei avrebbe consentito di non sentire che il suo tempo, quindi la sua vita, erano dedicati tutti ad un ritmo che le ottundeva i sensi e non le faceva sentire i giorni che passavano e rosicchiavano la scorta di mesi e di anni a lei  assegnati dal destino.

Il monumento ad una tragedia di pastori su Campo Imperatore

Un giorno era uguale ad un altro e in questa abitudine ha finito per non avvertire la differenza tra un giorno che si dedica a sé ed uno che di sé è solo una parvenza, come se fosse vissuto da un’altra persona. Chissà se Maria, morta a poco più di cinquant’anni, si sarà domandata se quella era la vita attesa nei suoi giochi di bambina, quando guardare le pecore appagava la sua curiosità per le cose vive e belle del mondo, e nuove come la nascita di un agnello; certo, quando è giunta a pochi istanti dalla morte, o anche nei mesi precedenti, avrà risposto a se stessa che tutto il suo mondo si era inaugurato con la vista delle pecore e si concludeva senza che il suo sguardo avesse varcato il gregge. Avrà concluso la sua riflessione senza un grammo di autorevolezza in meno del Leopardi che considerava la siepe il limite del suo mondo concreto; avrà immaginato come tutti gli esseri umani immaginano, anche durante i lavori più ripetitivi, anche trasformando il latte in formaggio.

Nessuno ha negato un’anima ai pastori, per quanto i fautori del classismo sociale li considerassero troppo vicini alle pecore; vengono dalla civiltà mediterranea che del lavoro primordiale dei pastori ha fatto il suo vanto ed ha affidato alla memoria dei pastori gli avvenimenti più fantastici, o anche soltanto fantasiosi. Un pastore poteva diventare grande pittore; e dall’esempio dei pastori che mandavano a memoria le opere più erudite deve aver preso materia il pompiere Guy Montag che, per sottrarre le opere dell’intelletto al grande incendio devastatore del potere, le manda a memoria. Maria non sapeva di appartenere a queste colonne della tradizione; e si accontentava di partecipare alla versione meno celebrata del mestiere più celebrato della classicità, dopo quello di fare la guerra.

Maria D’Annunzio condivideva il cognome con il cantore degli eroismi dei pastori, il Gabriele che si vantava di appartenere alla stessa “terra irrigua” della Sulmona di Ovidio e della Anversa della “Fiaccola sotto il moggio” e della Plaia della “Figlia di Iorio”: una appartenenza che non era celebrata per motivi geografici, tutt’altro. Lo era per le figure monumentali dei pastori e della loro solitudine, ma anche delle complicanze che in loro imprimono le relazioni sociali, sempre difficili forse perché troppo intense nei rari momenti nei quali si intrecciano per spezzare le solitudini tra le greggi. Maria non portava, nel suo cognome di omonima, la letizia delle celebrazioni della letteratura: destino beffardo per chi sulle teorizzazioni estreme della poesia aulica non riusciva a librarsi, restando nel mondo dei pastori in ogni attimo della propria vita senza interpretare il ruolo di Aligi, salvifico o anche soltanto atteso come normale da curiosi lettori.

Si è ammalata di una specie di necrosi progressiva per mancanza di ossigeno e solo i suoi ultimi giorni, quelli passati all’ospedale di Sulmona tra i tentativi di sottrarla alla morte, li ha vissuti lontana dagli attrezzi del suo lavoro.

Allora avrà avuto tempo, finalmente; ma la sua agonia lenta non le sarà bastata per scansionare tutti i momenti che meritavano una consapevolezza come quella del suo omonimo mentore, il Gabriele che era conscio della vita di pastori pur non avendola vissuta, secondo il miracolo che la cultura rinnova da millenni, consentendo di vivere le vite degli altri con l’ immedesimarsi in esse attraverso le parole. O forse soltanto a parole; perché immedesimarsi in chi non ha mai tempo è del tutto impossibile per chi ne dispone tanto da poter studiare ansie e speranze degli altri. E collezionarle. E abbellirle per renderle così interessanti a coloro che infine si meravigliano di come chi si chiama D’Annunzio non celebri un silente erbal fiume verde come l’Adriatico e non abbia il tempo di apprendere che la sua vita è invidiabile.

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