DAL NOSTRO INVIATO ALL’AVANA

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UNA FINESTRA SUL CORSO DALLA BOTTEGA DI GIANNINO DI CICCIO

19 NOVEMBRE 2019 – In punta di piedi come era vissuto nel negozio all’angolo tra il Corso e Via de Nino, se n’è andato Giannino Di Ciccio, sulmonese verace, che seguiva tutte le alterne vicende cittadine e partecipava di quel campanilismo che era sempre tanto rimproverato ai Sulmonesi e che, a forza di essere rimproverato, si è rintanato nella mentalità disfattista e rinunciataria.

Il Corso, ai tempi nei quali lo scandagliava dalla sua “bottega” (che poi era la succursale più economica dei “Fratelli Di Benedetto confezioni”), era una strada ricca di vita, trafficata anche nei giorni feriali nei quali non c’era il mercato di Piazza Garibaldi. Per usare un linguaggio di oggi, Giannino scansionava tutti, ma proprio tutti e se gli mancava un connotato da ricollegare ad una identità, investigava fino a risolvere il mistero. Avrebbe potuto fare l’informatore della polizia, ma al giornalista adolescente che gli faceva compagnia al negozio non rivelava niente di niente; qualcosa, semmai, al cugino Guido Vernacotola, corrispondente de “Il Tempo”. Ma forse proprio l’essenziale.

Salutava tutti; poi, quando si scocciava, rientrava e affrontava discorsi più filosofici. Non riconosceva autorità; era ai confini con l’anarchia, sebbene fosse guidato da regole inflessibili per un senso morale profondo; anzi forse proprio per questo si schierava tra i dissacratori. Quale partito avrà votato?  Era il mistero, visto che non gliene stava bene uno.

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