CHI RUBA I SOGNI DEI GIOVANI?

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LA ATTUALISSIMA ANALISI DI HONORE’ DE BALZAC SULLE SOCIETA’ DECADENTI

24  MAGGIO 2020 – Tutte le società decadenti rubano i sogni ai giovani. Si potrebbe dire che le società avviate al declino sono fatte di quegli uomini che osano ancora pensare in grande e non riconoscono gli errori che al declino hanno portato; sono fatte di vecchi che non vogliono cedere il passo e scrivono leggi e interpretano leggi secondo un atteggiamento difensivo. Oggi non c’è talk show che non affronti il tema delle pensioni, come se tutto il mondo dell’economia debba girare intorno ai diritti di coloro che non lavorano più e passano un terzo della loro vita matura senza concorrere alle necessità sociali o addirittura opponendosi alle istanze di crescita e di inserimento delle leve più giovani.

Di un quadro cocentemente attuale si rendeva interprete Honorè de Balzac nella prima metà dell’Ottocento durante il periodo che segnò per la Francia il precipizio, nel risveglio dall’illusione di dominio assoluto di Napoleone e prima della disfatta totale e definitiva di Sedan (che scoccò quando peraltro Balzac era scomparso da venti anni). Il tratteggio felicissimo che muove la penna di Balzac riguarda proprio il destino di uno dei tanti giovani, di quelli, cioè, che erano chiamati “soprannumerari”: specie di fuori ruolo che trascorrevano gran parte della loro esistenza lavorativa a sperare di ottenere un posto. Ne “Gli impiegati” il romanziere francese, scomparso a soli 51 anni dopo una vita dedicata a comporre il grande affresco della “Commedia Umana” ove ha descritto i tipi di una società estesa come quella della Francia post napoleonica, così descrive il giovane che si affaccia al mondo del lavoro: “Il soprannumerario sta all’Amministrazione come il chierichetto alla Chiesa o come il topo al teatro: è un essere candido e primitivo, accecato dall’illusione. Del resto, dove andremmo senza illusioni? L’illusione è la forza che permette agli artisti di crepare di fame, di divorare i principi della scienza dandoci la fede. L’illusione è una fede smisurata! Il soprannumerario ha dunque fede nella Burocrazia! Egli non la crede fredda, dura e atroce com’è in realtà. Esistono due categorie di soprannumerari: quelli ricchi e quelli poveri. Il soprannumerario povero è ricco di speranza e ha bisogno di una sistemazione. Il soprannumerario ricco è povero di intelligenza e non ha bisogno di niente: una famiglia ricca non è mai tanto sciocca da collocare un uomo intelligente nell’Amministrazione. Il soprannumerario ricco è affidato a un impiegato di grado superiore o sistemato vicino al direttore generale che lo introduce in quei misteri che Bilboquet, nella sua profonda filosofia, chiamava la grande commedia dell’Amministrazione: gli si addolciscono gli orrori del tirocinio fino alla sua nomina in qualche impiego fisso. Il soprannumerario ricco non spaventa mai gli uffici. Gli impiegati sanno che aspira soltanto ai più alti gradi dell’Amministrazione”. Curioso, in questo passo, che Balzac citi un personaggio della commedia-farsa dei Saltimbanchi, Bilboquet, che poi divenne il soprannome, per gli intimi, dello stesso Balzac. “Il soprannumerario povero, il vero, il solo soprannumerario, è quasi sempre figlio di qualche vedova d’un impiegato che vive della magra pensione e s’ammazza per nutrire il figlio finchè non arrivi ad ottenere un posto da copista, e che muore lasciandolo vicino al bastone di maresciallo, impiegato redattore, impiegato d’ordine o forse vicecapo”.

Il destino di pochi

Ma è il destino di pochi: cioè di coloro che sanno giostrarsi nei crocevia delle opportunità politiche e clientelari, sebbene questo non sia il termine che usa Balzac per descrivere un arrembaggio ai posti di lavoro meglio retribuiti con il minor impegno di lavoro, ove si tollera la pratica del doppio lavoro che non rende fedele l’impiegato all’Amministrazione. Insomma, è tratteggiato l’ambiente delle Poste ai tempi di Gaspari, quando gli impiegati di livello dovevano soprattutto serbare energie per le campagne elettorali invece che per un sistema che portasse l’inoltro delle raccomandate a livelli di un Paese civile, ma anche di tanti altri ministeri ai tempi di oggi, o dei molti altri ambiti diversamente denominati nei quali non vale mai il criterio del merito. Ed è sconcertante constatare come la situazione della Francia di allora riguardi i Paesi della vecchia Europa, ed ormai anche quelli della… Vecchia America, incapaci di affrontare le sfide del “Nuovo Mondo” di oggi: per citarne solo una, quella della Cina, verso la quale gli USA pensano di usare ancora i ferrivecchi dei dazi e delle fakenews sperimentate per aggredire l’Iraq sulle “armi di distruzione di massa”. Era quella una società che divorava i giovani, tanto che Balzac non esita a prendere posizione a favore di loro nella “rivoluzione del 1830”, con parole che non creano equivoci sul dovere di stare da una parte.

Oggi in Francia la gioventù non ha prospettive; si ammassa, simile a una valanga di capacità misconosciute, di ambizioni legittime e frustrate” scriveva Balzac pochi anni prima di morire, lui ancora giovane ed effervescente intellettuale che della mentalità paludosa degli “Impiegati” non aveva raccolto neanche le briciole che gli avrebbero consentito di vivere di poco e di sicuro e che affrontava le burrasche della vita rigenerandosi sempre con le risorse straordinarie della sua cultura e di un indiscusso saper scrivere ed affascinare la borghesia del tempo con i romanzi di appendice prima ancora che con i libri editi sotto la pressione dei debiti.

I tre quarti rinunciano

Ma leggiamo quale capacità di analisi è contenuta ne “Gli impiegati” e giunge fresca ai giorni nostri: “I tre quarti dei soprannumerari lasciano così l’amministrazione senza diventare impiegati. Quelli che restano sono giovani testardi o imbecilli che pensano: “Sto qui da tre anni e, un giorno o l’altro, un posto l’avrò”. Oppure giovani che sentono la vocazione. Evidentemente il soprannumerario è per l’Amministrazione quello che il noviziato è per gli ordini ecclesiastici: una prova. Una dura prova. Grazie a questa lo Stato scova gli uomini che possono sopportare la fame, la sete e l’indigenza senza soccombere, il lavoro senza nausearsi e il cui temperamento accetterà questa orribile esistenza, o se preferite la malattia dell’ufficio. Da questo punto di vista il soprannumerario, lungi dall’essere un’infame speculazione governativa per ottenere gratuitamente il lavoro, è un’istituzione benefica”; e qui il sarcasmo è palpabile ed accresce gli effetti della dote espressiva di Honorè de Balzac, consegnando il “giovane” intellettuale ottocentesco ai modelli dei veri interpreti del loro tempo e del tempo sempre riproponibile nelle società decadenti. E per chi avesse ancora qualche dubbio, riportiamo qualche altra riga risolutiva: “Ai tempi del nostro racconto molte famiglie si chiedevano: “Cosa faremo dei nostri ragazzi?”. L’esercizio non offriva possibilità di far fortuna, le carriere tecniche, il genio civile, la marina, le miniere, il genio militare e l’insegnamento erano chiusi da regolamenti e bloccati da difficili concorsi”, ove naturalmente ai giorni nostri “difficile” diventa qualsiasi concorso a dieci posti al quale partecipino 10.000 candidati.

Nella immagine del titolo: Honorè de Balzac