CENT’ANNI FA NUNZIATA STAVA PER VEDERE LA VITTORIA

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NELL’AUTUNNO DELLA GRANDE GUERRA LA SPAGNOLA MIETEVA 20 MILIONI DI VITTIME

21 NOVEMBRE 2018 – In una mattina d’autunno di cento anni fa, due settimane prima del messaggio del generale Diaz che descriveva il ritorno a casa delle disordinate armate austriache e la vittoria italiana, si spegneva alle “ore 6 e trenta minuti” la breve esistenza di Maria Nunziata Di Cioccio, “donna di casa” come è scritto nell’atto di matrimonio e piccolo segmento di una storia lunga fatta di guerra e di epidemia “Spagnola”.

L’autunno pratolano era tornato con la sua generosità, che portava l’uva, bella e tra quelle dell’Abruzzo la più apprezzata, fino a Vienna sui vagoni della nuova ferrovia; un dono della natura che replicava per la Valle Peligna la ricchezza dello zafferano di qualche secolo prima. E tra i frutti della terra l’autunno portava in abbondanza le noci, per trarne tutto quello che serviva ad una casa, senza dover chiedere nulla e secondo una economia autarchica che anticipava di molto i programmi del Ventennio.

Maria Nunziata avrebbe voluto trasformarli quei frutti, secondo la tradizione delle “donne di casa” che non facevano mancare niente in famiglia. E avrebbe voluto vedere crescere i suoi, di frutti, i quattro figli che la circondavano nelle poche settimane di malattia e che poi tra di loro e con i loro figli non parlarono più di quel lutto profondo e disarmante, cercandola ancora ognuno per proprio conto, nei ricordi che una giovane esistenza lascia più acuti, sufficienti a riempire le lunghe giornate, i mesi, gli anni di assenza.

Maria Nunziata aveva 39 anni in quella mattina di ottobre; si era sposata a 23 anni con Antonio che di anni ne aveva quasi il doppio e al quale pensò con struggimento quando capì che quella “influenza” non le avrebbe dato scampo e per giunta lei avrebbe lasciato quattro ragazzini (l’ultimo aveva solo quattro anni) ad un padre malandato in salute. Mondiale era stata quella guerra; mondiale era la pandemia “Spagnola”, che si chiamava così perché le truppe americane che la fecero esplodere in Europa erano approdate in Spagna prima di immergersi nelle infernali battaglie, anche in quelle chimiche, maledette. E la “Spagnola”, non si sa perché, andava mietendo vittime in una paese lontano dalla guerra e abbastanza felice, certo risoluto nel rispondere alla chiamata alle armi, ma lontano dalle truppe e dalla trincee appestate.

Un parente non prossimo del marito di Nunziata, Salvatore, due anni prima se ne stava in America a scalare le strade del suo successo di emigrante, quando fu richiamato da quella impazienza che avvolse l’Italia intera e che a Pratola si manifestava con la messa all’indice di tutti i parenti di coloro che non partivano per la guerra (ve n’è traccia in “Le matriarche” di Rinaldo Petrella). Salvatore preferì tornare dal Nuovo Mondo piuttosto che esporre i cari al vituperio; a Pratola stette il tempo brevissimo di un passaggio, per andare direttamente dal Nuovo all’altro mondo. Risultato è che il suo nome è scritto a Redipuglia. Fabrizio de Andrè ancora non scriveva “Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso, dei morti in battaglia ti porti una voce chi diede la vita ebbe in cambio una croce”.

Maria Nunziata, che non arrivò a vedere il 4 novembre, era figlia dell’Italia e dell’Europa e si sentì avvolta completamente nella esigenza di tutti di percorrere le strade della vittoria; un nipote, Vincenzo, classe 1900, ricordava molti anni dopo di come dal balcone, mentre lui passava per recarsi all’ufficio matricola e sondare una sua partenza per il fronte, lei lo incoraggiasse e gli ricordava che quella era la cosa giusta, per meritarsi la vita che lo avrebbe atteso. Più o meno come avrebbe fatto qualsiasi madre americana, tanto celebrata nei films della vulgata vittoriosa nella seconda Guerra mondiale. Quella giovane madre di quattro figli della ricchezza della discendenza faceva il suo orgoglio. Ai princìpi morali di una nazione che doveva riappropriarsi dei suoi confini naturali e culturali era stata educata e quando stava per chiudere gli occhi sull’autunno pratolano ricco di frutti e di colori, quell’anno anche arricchito della vittoria imminente, non sapeva che le coincidenze delle storie di famiglia (se sono coincidenze) le avrebbero riservato l’orgoglio di avere quale nuora una Vittoria, chiamata così perché nata di lì a due settimane, il 3 novembre, insieme alla gemella Italiana per fare un binomio al passo dei tempi.

Uno dei tanti manifesti di propaganda della I Guerra mondiale

Lo avrebbe apprezzato? Ne sarebbe stata fiera, se gli attimi finali della vita umana, come si dice, danno la breve chance per vedere attraverso il futuro e quelli che lo hanno visto non possono tornare tra i vivi. Avrebbe visto, però, anche la replica della fine della sua breve esistenza proprio in quella Vittoria, che si spense sul finire della seconda, di guerre mondiali, tra le braccia del marito all’ospedale… dell’Annunziata a Sulmona.

Vincenzo De Cristofaro, diciottenne, con la divisa appena indossata nell’aprile 1918

Maria Nunziata si sarebbe riconosciuta nella ripetizione delle storie di famiglia, giu giù fino alla prematura scomparsa della nipote che al primo nome, Anna, avrebbe aggiunto quello di Annunziata. Morire per la “Spagnola” certo non se lo sarebbe mai aspettato solo due mesi prima, anche se quello era un frutto amaro di una guerra voluta. Era una pandemia sulla quale l’ignoranza mondiale si esercitò come in un nuovo Medioevo, abbinando il flagello alla punizione di Dio, che invece rimaneva solo spettatore della punizione che gli uomini si sapevano infliggere da soli senza prestare ascolto al Vicario in terra, quel Benedetto XV che parlava del conflitto mondiale come di una “inutile strage”.

La paura del contagio trasformò la popolazione anche nelle condotte più elementari

Ne “L’influenza che sconvolse il mondo – Storia della “Spagnola”, la pandemia che uccise 20 milioni di persone”, edito da Mursia nel 1980 e ristampato più volte, Richard Collier racconta di quali eccessi fu capace il pregiudizio in quei cento giorni dall’ottobre 1918 al gennaio 1919 perché non si capiva come si fosse propagata con violenza inaudita e incontenibile una epidemia sconosciuta. Bastava un contatto, certo volte bastava una vicinanza, come bastò nelle lontanissime isole Samoa, attraverso alcuni religiosi protestanti. La paura diventò tale che i sopravvissuti, in Sud Africa come negli USA e in Europa, si guardavano bene dall’avvicinarsi ai cadaveri, che così si putrefacevano e creavano nuovo contagio; e anche l’ufficio cristiano della sepoltura veniva trascurato. Oppure, come a Pratola, era sostituito o preceduto da eccezionali misure igieniche, con la calce applicata sulle bocche dei morti. A Budapest una sedicenne moriva su una panchina per strada perché l’ambulanza ordinaria non poteva trasportare malati che facessero sospettare l’aggressione della “Spagnola” e si doveva chiamare l’ambulanza del “Servizio Malattie infettive”. Dappertutto i medici lavoravano sedici ore al giorno e talvolta non interrompevano le visite neppure durante i pasti; gli studenti degli ultimi anni di Medicina venivano mandati su quest’altro fronte con una specie di riconoscimento che teneva luogo della laurea.

Il mondo aveva perso la testa e non sapeva cosa rispondere ad una madre che si era affidata ad una epopea fascinosa perdendo tutto quello che aveva come “donna di casa”: i frutti suoi e quelli della terra che le campagne vicino alla casa all’angolo della Piazza seguitavano a regalare nelle giornate di tutti gli autunni successivi.

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