BONIFICA FAI DA TE NEL 1934, TERRA BRUCIATA NEL 2019

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LE DISASTROSE EVOLUZIONI DEI CONSORZI 

15 GIUGNO 2019 – E’ il 1934 e il posto è Roccacasale, la zona bassa, sul corso di uno dei tanti torrenti e fiumi che caratterizzano l’”imbuto” costituito dalla zona Nord della Valle Peligna.

L’impeto dell’acqua aveva divelto gli argini, che non erano ovviamente di cemento. Scarso l’aiuto dei consorzi obbligatori per la gestione delle acque, l’appello ad un consorzio volontario di fatto, senza statuto e senza presidente, è stato subito raccolto e varie donne (anzi: quasi tutte donne) si sono munite di ceste intrecciate di vimini per andare a prendere altre pietre e sostituirle a quelle portare dall’acqua. Ecco rifatti gli argini, che in realtà si notano in basso a sinistra nella foto, con una palpabile soddisfazione espressa in tanti sorrisi. La posa ha anche il ruolo di un testamento spirituale perché molte di queste energiche donne stanno per partire in uno dei flussi di emigrazione e la “Rocca”, come veniva e viene chiamata per brevità Roccacasale, si ridurrà a qualche centinaio di residenti.

Poi sono arrivati i consorzi di bonifica e Attila ha fatto il suo ingresso in Valle Peligna. Negli anni Settanta è stato messo mano ad un costoso progetto di irrigazione a pressione, realizzato in buona parte, ma carente della manutenzione; di fatto è diventato un colabrodo, con le bocche di innesto, nelle derivazioni, che sono sommerse da terra o arbusti oppure spruzzano acqua a tutte le ore del giorno e della notte. In alcuni casi la progettazione ha dimenticato qualche peculiarità del terreno e l’acqua non è arrivata, né a pressione, né senza; e si è dovuto ripristinare il flusso del vecchio Canale Sagittario II, per esempio. Addirittura grossi tubi, contenenti anche eternit, si stanno sfaldando accanto a una vasca artificiale costruita a Ponte d’Arce, in comune di Pettorano sul Gizio; non sono stati mai collocati a dimora, ma sono stati pagati dal Consorzio di Bonifica Canale Corfinio e ora non si sa chi deve pagarne la rimozione.

Un tubo di irrigazione a pressione nella zona di Villa Sardi negli anni Settanta

Ma il colmo si è raggiunto martedì mattina, quando un agricoltore affaticato e demoralizzato ci ha incontrato in tabaccheria (“dove vado a prendere un po’ di ossigeno”) raccontandoci che un consorzio ancora non decideva di ripristinare il flusso irriguo per terreni che affacciano sulla variante della SS 17 a est di Sulmona e i primi ortaggi erano già bruciati dal sole e dal caldo.

Una interpretazione di Italo Picini

La vasca abbandonata a Ponte d’Arche