BOB DYLAN SI ACCOSTA ALL’OVIDIO DEI “TRISTIA” E LO RIPROPONE

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IMPORTANTE ANALISI DI UN DOCENTE DI HARVARD SULLA INFLUENZA DEL MONDO LATINO NEL PREMIO NOBEL 2016 PER LA LETTERATURA

26 MARZO 2021 – Sono oltre trecento pagine di attenta analisi delle atmosfere e dei contenuti dell’autore più seguito e venerato del XX secolo e di questo scorcio di XXI: Bob Dylan, il premio Nobel Bob Dylan viene scansionato rigo per rigo. La scansione, paziente e capillare, riveste un ruolo fondamentale nell’analisi dei contenuti, perché consente di porre a confronto le frasi del volenteroso studente di un liceo del Minnesota diventato adulto sui libri che amava, con i versi di classici greci e latini, in qualche caso con le parole letteralmente riprese da opere eterne, come quelle di Omero, di Virgilio, di Ovidio. Anche di Ovidio, che ha colpito la sensibilità di Dylan con i suoi “Tristia” dal Ponto Eusino, cioè dalla relegazione irreversibile. Tracce dei versi del Sulmonese si hanno in “Ain’t talkin’” e in “Workingman’s blues #2”.

Dylan, come D’Annunzio, ha preferito l’Ovidio delle “Tristezze” a quello degli “Amores” o dell’”Arte di amare” o dei consigli alle donne per apparire più belle (Medicamina faciei femineae“). D’Annunzio, divoratore dei classici ai tempi del ginnasio e del liceo e fermo assertore di un film sulle Metamorfosi, considerava l’esperienza del Vate peligno nel mondo estremo dell’attuale Romania molto più affascinante delle descrizioni del bel mondo della Roma augustea.

Dylan ambienta la sua solitudine in una specie di esilio dell’anima e, come rileva Stefano Mannucci su “Il Fatto” di oggi presentando il testo di Richard F. Thomas, docente di lettere classiche ad Harvard e animatore di un seminario sull’opera omnia di Dylan,  è proprio il cantautore americano a manifestare  il “prestito creativo”, che ovviamente non può essere e non è semplice copiatura, ma una “rivendicazione di appartenenza, nel vortiginoso “viaggio” del Nostro verso un’eternità letteraria, la passeggiata di una rockstar al fianco degli spiriti eletti, come Dante nel Limbo”.

L’angoscia che permeava Publio Ovidio Nasone per le incursioni ricorrenti dei nemici attestati sul confine del mondo Romano con le terre dei barbari, l’incapacità di fronteggiare nemici dei quali non si conosce neppure la lingua e che sono sordi alle parole di chi subisce l’assedio, sono gli stessi stati d’animo di Ovidio che traspaiono nei “Tristia”. I “nemici” di Dylan sono altri e sono contemporanei dell’uomo di oggi; ma atterriscono in modo analogo, perché l’isolamento toglie le forze; probabilmente è la condizione dell’uomo contemporaneo di Dylan. Lo stesso sonno, che dovrebbe essere ristoratore, è una “morte temporanea”, quella che agitava Ovidio nelle pause dalle notti insonni, popolate di uccelli e di animali inquietanti (come l’”uccello notturno” del quale Dylan sente il richiamo), alla ricerca di un perdono dell’imperatore, alla ricerca di un ricollegamento con il mondo grande e ricco dei fermenti spirituali della Roma del I secolo d.C., nella disperata stesura di lettere  (le “Epistule ex Ponto”) per coinvolgere i maggiorenti Romani ad intercedere per il suo ritorno.

Dylan ha ripreso testualmente le espressioni della nostalgia dei tempi fortunati e quelle della consapevolezza del baratro presente. Questa “eternità letteraria” si avvale di autori che sanno tra loro collegarsi a distanza di millenni; sono più incisivi quelli che non negano di prendere un testimone da chi li ha preceduti, come i tanti esuli (e tra questi altri autori insigniti del Premio Nobel) che si sono votati all’analisi dei testi di Ovidio per riconoscersi nel suo spirito mortalmente ferito, nel suo perdersi al punto da non ricordare più il latino che era materia del gioco felice sugli esametri e sulle elegie. Per tutti loro Ovidio è personaggio che ha vissuto una esperienza che lo ha reso simbolo; al pari delle sue “Metamorfosi”, egli vivrà nel suo ruolo finchè ci sarà una espressione letteraria, ben oltre il dominio di Roma sui popoli, che egli preconizzava come limite alla sua fama. E costituirà una delle principali stelle del firmamento di una… eterna letteratura.