BASTANO CUSCINI DI IUTA PER VIVERE I MITI DI OVIDIO

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“MITI DI STELLE” A ROMA DAVANTI ALLA TOMBA DI CECILIA METELLA

16 OTTOBRE 2019 – Bastano dei sottili cuscini fatti di iuta per ascoltare i versi di Ovidio; basta guardare negli occhi una attrice mentre ripropone lo sguardo di una madre che non riesce a farsi riconoscere dal figlio e non può dirgli la sua vera natura, per farsi condurre dalla fantasia e sentirsi al centro del dramma di migliaia di anni, sempre uguale perché sempre potente. Così, senza le comode poltrone di un teatro, per giunta in una chiesa senza il tetto, ma nella atmosfera densa di presenze classiche, come quella della tomba di Cecilia Metella proprio davanti all’improvvisato palcoscenico, Ovidio ha potuto parlare ancora per bocca di Sista Bramini, che immaginava di trovarsi dinanzi ad Arcade, inconsapevole cacciatore della madre, la ninfa Callisto diventata orsa e poi proiettata nel cielo per diventare Orsa Maggiore.

Sullo sfondo la tomba di Cecilia Metella

All’ingresso di San Nicola sguarnita di tetto, ma avvolta ancora della magnetica presenza di Cecilia Metella, una folla di romani di oggi si è riavvicinata ai “Miti di stelle” che il “Thiasos” di Sista Bramini ripropone da qualche anno, ben prima della contaminazione con il Bimillenario dai facili abbinamenti artistici e dai generosi finanziamenti pubblici. Ancora una volta non c’è bisogno di microfoni e di altoparlanti perché la concentrazione non si perde mai e solo i colpi di tosse interrompono i silenzi studiati nel copione; la tosse, come l’amore, diceva Ovidio, non si può nascondere.

Il mito fatto di stelle questa sera rappresenta il profilo di un’orsa e quello di un giovinetto che tende l’arco per colpire, per gioire della preda della caccia; ma si ferma viso a viso, perché quegli occhi che ha di fronte sono gli stessi che ha visto nella brevissima stagione trascorsa accanto alla madre. E non può trafiggere quelle luci che ormai già brillano e che risvegliano in lui il ricordo di sensazioni felici, quindi degli attimi nei quali trovava sicurezza e conforto. Per questo racconto di Publio Ovidio Nasone bastano piccoli cuscini di iuta; e il teatro è già cosa fatta.

Sedili spartani per miti immortali

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