BASTA DIRE TOMI PER ESPRIMERE UN UNIVERSO

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LA RISCOPERTA DI SANDOR MARAI CHE NON AVEVA MIA DIMENTICATO OVIDIO E IL SIMBOLO DELLA RELEGAZIONE

22 DICEMBRE 2019 – Sandor Màrai è stato un letterato di prim’ordine della Mittleuropa che andava estinguendosi, una componente letteraria dell’Impero austro-ungarico e, quindi, un frammento della grande esplosione che seguì la prima guerra mondiale.

La fine della borghesia, che egli ha celebrato nei mille angoli che la componevano, se l’è portato via e non gli ha consentito riabilitazione neppure quando un’altra negazione del ceto borghese, l’assolutismo nazista, si era estinto. Non è stato riabilitato neppure dopo la sua morte, perché, come spesso è accaduto, all’oppositore del regime uncinato è stato innalzato anche l’ostracismo del regime comunista, tanto è vero che le sue opere sono state sopraffatte da una patina sempre più spessa della censura del blocco sovietico e Màrai è rimasto sconosciuto fino alla pubblicazione intensa, dal 1998, da parte di “Adelphi edizioni”.

Solo ai giorni nostri e solo per chi non si lascia affascinare dalla letteratura di cassetta, si può leggere tutto il Màrai che scrisse incessantemente e con una ricchissima vena per tutto il tempo tra le due guerre e poi almeno fino agli anni Settanta. Ha girato il mondo e ha conquistato i lettori di una Europa fascinosa come quella che si andava ricomponendo dopo il disastro del primo conflitto mondiale; si è affermato con “Le braci” ed ha amato l’Italia, dimostrandolo con “Il sangue di San Gennaro”, che è la più profonda analisi dell’atteggiamento laico davanti al miracolo e alla necessità dei miracoli.

Ha raccontato un’epoca e la classe dominante di un’epoca con “Confessioni di un borghese” che, molto prima del capolavoro cinematografico “Il fascino discreto della borghesia”, è entrato nella poetica delle manie e delle grandezze dei figli dell’Illuminismo. Avrebbe potuto arricchire le biblioteche delle generazioni uscite dal secondo conflitto mondiale, per il disincanto con il quale ha trattato le molte leggende metropolitane su un impegno civico e reattivo rispetto alla dittatura; forse dai suoi scritti si sarebbe levata nuova linfa per evitare le sconnessioni di una contestazione acefala come quella sessantottina. Eppure a questo autentico cittadino del mondo, che ha trascorso gli ultimi anni in America in un esilio necessitato, seppure non imposto, era compagna di viaggio la questione insoluta dell’esule senza speranza, dell’uomo che vive continuamente il lutto della privazione. L’angoscia dell’assenza lo ha portato a collegarsi all’esperienza di Publio Ovidio Nasone e a scriverne come se fosse un’esperienza nota a qualsiasi lettore, senza dover dare spiegazioni, tanto era ed è chiaro l’esempio dell’esule più conosciuto al mondo, del simbolo stesso della relegazione e del lutto per la lontananza dalla propria terra.

In “Sindbad torna a casa”, che è il romanzo di una giornata di un grande letterato, Màrai si immedisima in un altro grande letterato che è chiamato ad un compito di sopravvivenza di sé e della sua piccola famiglia e che sente sfuggirgli lo spirito stesso della Ungheria al quale era appartenuto (“C’era un tempo un’Ungheria in cui i panni sporchi della vita umana non venivano lavati nei giornali, nei caffè del centro e sulle rive del Danubio, e dove la bocca degli uomini restava chiusa sotto il sigillo di un giuramento eterno”). L’opera di un intellettuale e di un letterato non poteva essere altra dallo scrivere, cioè dall’usare una potente arma identitaria come la lingua, quella raffinata dei grandi giornali sui quali lo stesso Màrai aveva scritto per trarre fonte del suo sostentamento: “Scriveva perché vedeva il volto degli uomini di quell’altro mondo”, quello che si era spezzato quando l’Ungheria era stata spezzata con il distacco dell’Alta Ungheria; “Scriveva perché vedeva e conosceva quell’altra Ungheria silenziosa, dove l’amicizia e l’amore, sotto la protezione della spada dell’onore, vivevano ancora la loro vita segreta e autentica”.

Era un’Ungheria inclusiva: “Qui c’era qualcosa, incantesimo e contagio, malattia nervosa e fervore, dignità e nobiltà, e il tutto componeva una pozione magica che bastava venisse sorseggiata per un paio di generazioni perché il marmocchio di un immigrato si svegliasse un bel giorno con quella tristezza negli occhi e apprendesse di essere vittima di un sortilegio: aveva bevuto la pesante acqua della tristezza segreta, ed era diventato ungherese”.

E da qui l’accostamento a Ovidio, che non viene nominato in questo passo (in altri sì e più volte), perché e tanto nota la sua esperienza che basta nominare la città della relegazione: l’uomo di cultura descritto da Sindbad “scriveva perché vedeva le case di campagna, nelle quali l’ungherese si muoveva con più sicurezza che non negli appartamenti delle case d’affitto delle grandi città, dove viveva sentendosi sempre un po’ esiliato, a Tomi”; tanto che Marinella D’Alessandro, che ha curato questa edizione del 2013, si premura di ricordare in nota che a Tomi fu relegato Ovidio. Di quella Ungheria, anche nel periodo tragico della rivolta del 1956, Màrai sarà uno spettatore da molto lontano, anche da Salerno, prima che dall’America, e susciterà sempre un moto di ammirazione degli altri intellettuali (almeno di quelli che dell’esilio faranno la loro esperienza di vita), oltre che di folle di lettori, fino ad essere ricordato, dopo la sua morte nel 1989, con un busto proprio a Salerno. Non per sempre, peraltro, perché i risentimenti lo raggiunsero, forse provenienti proprio dai persecutori politici, con la distruzione di quel busto. Come se di un intellettuale si possa spezzare il ricordo cancellandone l’effigie terrena; come se si potesse spezzare la ascesa verso i livelli più alti della celebrazione in chi si pone sul cammino di Publio Ovidio Nasone e ne dà per scontato che sia conosciuto e che il solo nominare il luogo dell’esilio significhi evocare tutta la sua vicenda.