BALZAC E’ SEMPRE TRA I GRANDI, MA OVIDIO NON HA MAI SCRITTO CHE GLI DEI DIVENTANO FAGIOLI

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UNA IMPRECISIONE, TUTTA DA INTERPRETARE, NEL COMPLESSO E FASCINOSO “SPLENDORI E MISERIE DELLE CORTIGIANE” – IL RAPPORTO IRRISOLTO CON I “GAZZETTIERI”

15 MARZO 2021 – Nel teatro dell’Opera di Parigi giornalisti presuntuosi, o svogliati ormai per i ripetuti insuccessi e la vita grama, si confrontano in schermaglie tra il serio e il derisorio. Sono l’espressione di una società ripiegata su se stessa, quella della metà dell’Ottocento, vicina alla disfatta di Sedan, ma velleitaria nel ricordo di Napoleone. Insomma, un potpourri che Honorè de Balzac sa tratteggiare con la maestria dei suoi romanzi più belli. E qui siamo in “Splendori e miserie delle cortigiane”, 2015, terzo dei volumi  che Mondadori ha dedicato a Balzac nella collana de “I Meridiani”. I protagonisti di questo realistico colloquio tra intellettuali di infimo livello e di ancor più basse speranze pretendono anche di parlare attraverso i luoghi della letteratura più alta. L’ambizioso Lucien tiene a debita distanza quelli che lo vogliono coinvolgere in una cena niente affatto politicamente corretta per le sue smanie di potere. “Amici miei –  disse Bixiou – vedo che vi siete riuniti intorno alla meraviglia del giorno. Il nostro caro Lucien ricomincia le Metamorfosi di Ovidio. Come gli déi si trasformavano in strani legumi e altre cose per sedurre le donne, Lucien ha trasformato il cardo in gentiluomo per sedurre, chi? Carlo X!”.

Ora, non si sa se per una svista, Balzac parla di trasformazioni degli déi in vegetali: un processo che in nessuno dei quindici libri delle Metamorfosi (nella foto del titolo una edizione acquistata dagli USA oltre 40 anni fa e ora di proprietà della Banca Popolare dell’Emilia Romagna) si può rinvenire. Infatti, nelle doviziose note a cura di Claudia Moro si puntualizza subito: “Nei Metamorphoseon libri di Ovidio (43-18 a.C.) non sono gli dèi a trasformarsi in vegetali per sedurre i mortali (allo scopo preferiscono il sembiante animale). Una simile metamorfosi viene in genere riservata a umani, o a ninfe, talora come pregio o castigo, ma più frequentemente per sottrarli alle brame divine o lenirne le pene d’amore racchiudendole in una forma botanica che ne conservi il ricordo ingentilito: quasi ghermita dal suo inseguitore Apollo, la ninfa Dafne invoca di aver mutate le fattezze  che la fanno spasimare dal dio, e si converte in alloro, da quel momento pianta sacra al signore delle Muse (I, 453-567); il giovinetto Narciso muore di struggimento per la propria inafferrabile immagine riflessa nell’acqua, e al posto del suo bellissimo corpo sboccia il fiore bianco e giallo che ne porta il nome (III, 338-510); la ninfa delatrice Clizia, che lo sfolgorante Apollo/Sole sdegna per aver rivelato la sua unione con Leucotoe, condannata così dal padre a essere seppellita viva, giace a terra sino a mettere radici e divenire un girasole, che il tropismo d’amore volge ogni giorno verso la luce del dio (IV, 190-270); i vecchi sposi Filemone e Bauci, gli unici a essere risparmiati dalle acque per aver ospitato nella loro capanna Giove e Mercurio travestiti da viandanti, ottengono dagli dèi di morire insieme, e quando giunge l’ora dalle loro membra spuntano  le fronde, quercia e tiglio accanto in eterno (VIII, 620-724); Driope è tramutata in loto d’acqua quando coglie il fiore di un altro loto, scoprendo dal sangue che ne stilla come lì si sia celata la ninfa Loti, nel tentativo di sfuggire a Priapo (IX, 329-93); Ciparisso uccide per sbaglio il suo adorato cervo e ottiene di poter piangere per sempre, sotto le specie dolenti del cipresso (X, 109-42); anche Apollo senza volerlo colpisce  mortalmente l’amato Giacinto e ne fa un giglio (X, 162-219); l’incestuosa Mirra, che la disperata passione ha spinto nel talamo dell’ignaro padre Cinira, vaga gravida finchè le sue  implorazioni vengono ascoltate ed espia la sua colpa né in vita né in morte, ma nella pianta che trasuda le preziose gocce, mentre dalla corteccia squarciata nasce il piccolo Adone (X, 298-518)”.

Dunque, una serie di smentite per una affermazione che tuttavia deve essere interpretata anche alla luce di quello che nelle pagine precedenti Balzac ha scritto su quei giornalisti. Il romanziere francese aveva un conto aperto con quelli che chiamava “gazzettieri” per le molte crudeltà delle quali si resero colpevoli nei suoi confronti. A proposito delle ipocrisie che si consumavano all’Opera, Lucien (peraltro protagonisti di altri romanzi di Balzac) “si comportò allora come si comportano molti parigini: compromise di nuovo il suo carattere accettando una stretta di mano da Finot e non rifiutando l’abbraccio di Blondet. Chiunque abbia avuto un piede nel giornalismo, o lo abbia ancora, si trova nella crudele necessità di salutare gli uomini che disprezza, di sorridere al nemico, di venire a patti con le bassezze più turpi, d’insudiciarsi le dita volendo pagare gli aggressori con la loro stessa moneta. Ci si abitua a veder commettere il male, a tollerarlo; si comincia con l’approvarlo, si finisce nel commetterlo. Alla lunga la coscienza, macchiata senza posa da vergognose e continue transazioni, si sminuisce, la molla dei nobili pensieri si arrugginisce, i cardini della banalità si logorano e girano da soli”. Legnate senza economia Balzac assesta a quei giornalisti dai traffici continui. E, dunque, è possibile che egli abbia voluto mettere in bocca ad uno di loro, animato più dalla foga del risentimento che dalla riflessione della cultura, uno strafalcione nel parlare di una grande opera letteraria senza averne la preparazione. Ma, sotto altro aspetto, ancora Balzac (come fa notare la notista) inserisce il riferimento a Carlo X quando, stando all’anno che indica per lo svolgimento di quel ballo all’Opera, cioè il 1824, il Re doveva essere Luigi XVIII. Tutto può dipendere, quindi, da due distrazioni del grande romanziere, costretto a scrivere anche di notte pur di consegnare i lavori agli editori sempre incalzanti; notti di grande affaticamento, private del sonno per gli abbondanti caffè che avrebbero minato la salute di Balzac, fino a consumarlo e spegnerlo a soli 51 anni.

E, in margine alla ricerca degli errori, sembra che anche in questa analisi delle sviste si avveri la premonizione secondo la quale chi vuole correggere aggiunge sempre un altro errore. E infatti, come abbiamo letto sopra, la notista, nel riportare le date della nascita e della morte di Ovido, scrive: “43-18 a.C.”, dove ovviamente avrebbe dovuto scrivere 43 a.C.- 17 (o anche 18, su questo non c’è identità di vedute) d.C.

E chissà che anche in questo articolo, alla fin fine, non si annidi un errore…

Honorè de Balzac, autore della monumentale “Commedia Umana”