ALLA CITTA’ E ALLA MUSICA PENSAVA IL PAPA IN PERSONA

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COLLEGAMENTI TRA MAESTRI DI CAPPELLA DELL’ANNUNZIATA E GRANDI ISTITUZIONI DEL VATICANO, DI FIRENZE E DEL REGNO DI NAPOLI – UN PUNTO DI INCONTRO PER ARTISTI CHE HANNO LASCIATO TESTIMONIANZE SECOLARI – TORNA LA RELAZIONE TRA I PRINCIPI BORGHESE DI SULMONA E LO SVILUPPO DELLE ARTI – LO STUDIO DI VALTER MATTICOLI

Sulla trecentesca Chiesa della SS. Annunziata molto è stato scritto sotto il profilo storico ed architettonico; ancora scarse e frammentarie sono però le notizie riguardanti l’attività della sua cappella musicale ritenuta una delle più attive e importanti del Mezzogiorno d’Italia. Centro d’incontro e di scambio di numerose iniziative artistiche, l’istituzione peligna vantò, nel
corso dei secoli, la collaborazione di illustri compositori e preparati esecutori, come testimonia una preziosa annotazione di Filippo Destephanis in cui possiamo leggere: “Si officia continuamente in ogni giorno mattina, e sera, in canto fermo: e ne locali dietro con Musica a braccio all’uso della Cappella Pontificia, e le Feste, ed in ogni Sabato e Lunedì nell’esposizione del Venerabile si cantava sull’organo. Dietro ho notato come cominciasse nell’anno 1… la suddetta Musica. Nel secolo passato però, e forse poco prima era giunta a tal perfezione di questa Cappella la Musica, che a via d’impegni venivano da Napoli i migliori Maestri di Cappella, e Musici e violini che ogni Città Capitale della Provincia ne aveva una quasi invidia; D’immortale memoria sono stati gl’ ultimi Maestri da me conosciuti, ciò il Celebre sacerdote D. Guglielmo … della Convicina Terra di Palena ed il quasi
impareggiabile sacerdote … Errichelli Napoletano […]. Ha dato fuori degl’ottimi allievi, tra quali gli più che si avvicinassero alla sua destrezza sono D. Panfiloantonio Mazara, il fu D. Luigi Cornacchia, e dopo di questi D. Felice Imperatore che supplisce le veci di Maestro in questa Chiesa.
La storia di questa, come di molte altre cappelle musicali presenti sul territorio regionale, è strettamente legata con quella della cultura e della società in cui esse si concretizzano; pertanto, solo inserendo la vicenda musicale di queste istituzioni in un quadro storico più ampio, possiamo cogliere a pieno gli sviluppi, la natura stessa della struttura e le ragioni del suo divenire
“.

L’ingresso della Chiesa dell’Annunziata sul Corso


Le notizie più antiche circa l’attività musicale nella Chiesa dell’Annunziata risalgono al 1362, anno in cui i governatori della Casa Santa acquistarono due organi, strumenti sostituiti una prima volta nel 1440 e successivamente nel 1524. Purtroppo le informazioni riguardanti i primi musicisti al servizio
del pio ente sono assai carenti; i nomi dei primi cantori di cui abbiamo notizia sono quelli di Matteo Gerardo e tale Mastro Giovannino, che furono al servizio dell’istituzione peligna durante il XVI secolo. Musicisti, però, non indicati con il titolo specifico di maestro di cappella.
Il primo documento in cui compare tale qualifica risale al 1619, anno in cui governatori della Casa Santa della Annunziata, stipularono un regolare contratto con il compositore taranese Alessandro Capece, noto polifonista e madrigalista italiano di fine Cinquecento. Con l’atto, rogato dal notaio di
Pettorano Sul Gizio Vincenzo Giannitti, gli amministratori del pio ente s’impegnarono a retribuire il musicista con un salario annuo di cento scudi.
Studi recenti hanno messo in luce che la cappella sulmonese non fu istituita per volere del Pio Luogo, bensì grazie a una generosa donazione fatta da Giovanni d’Alfonso, benefattore originario di Introdacqua, ma residente a Sulmona. Questi muore il 5 novembre del 1619, ma qualche anno prima, con testamento rogato l’otto marzo 1614, dal notaio sulmonese Tommaso Ognibene, riesce a donare tutti i suoi beni alla Chiesa della SS. Annunziata, a condizione però che i governatori della Casa Santa si
fossero impegnati ad assumere «un’Organista valente» da retribuire con un salario annuo di cento scudi.
Sulla base delle attuali conoscenze, sappiamo che Alessandro Capece nacque intorno al 1575 a Tarano, piccolo comune oggi in provincia di Rieti. L’appellativo «romano» con il quale il nostro compositore si presenta in molte delle sue pubblicazioni, è da mettere in relazione al fatto che a fine
Cinquecento il piccolo borgo sabino, all’epoca feudo della signoria dei Savelli, rientrava nella provincia di Roma; questo giustificherebbe appunto l’appellativo di «romano».

Corona sulla balaustra della cappella laterale all’Annunziata


Non sappiamo con chi e dove il nostro madrigalista si sia formato artisticamente; vista, però, la vicinanza di Tarano con Roma, è possibile ipotizzare che il giovane compositore abbia avuto modo di frequentare gli ambienti musicali della città. Proprio a Roma, nel 1611, egli pubblicò il suo Primo Libro di mottetti a 2, 3 e 4 voci. Il suo primo incarico ufficiale risale al 27 settembre del 1613, anno in cui assunse la mansione di organista supplente e maestro di cappella nel duomo di Rieti. Mantenne tale ufficio fino al 1617. A questo periodo risale una delle sue opere più importanti, l’Octo Magnificat in singulis tonis quaternis vocibus concinendis Op. quartum scritto per quattro voci e pubblicato nel 1616 dall’editore romano Bartolomeo Zannetti. Sul frontespizio della partitura, conservata nel Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna, il compositore si firma con il nome latinizzato di Alexandro Capicio definendosi «romano», in «Cathedrali Ecclesia Reatina Musices Magistro»; inoltre la stessa copia reca una lettera dedicatoria di Marzio Ciuccotti, in cui il Capece è reputato uomo assai erudito.
Apprezzato e stimato professionista, tra l’altro conosciuto per la sua non comune preparazione culturale, stando al giudizio del già citato Marzio Ciuccotti, Alessandro Capece giunse a Sulmona con alle spalle una solida carriera artistica. Rilevante dovette presentarsi agli amministratori della SS.
Annunziata la produzione sacra e profana del compositore taranese: oltre al già citato Libro di Mottetti del 1611, ricordiamo un Libro di Mottetti concertati, pubblicati nel 1613, un libro dedicato ai Salmi di Davide (1615), la raccolta di Magnificat a quattro voci (1616), il Primo Libro dei Madrigali a quattro, cinque e otto voci stampato nel 1616 dedicato al suo protettore Franciotto Orsini, e un Libro di Madrigali a quattro, cinque sei e otto voci pubblicato nel 1617, opere stampate a Roma presso Giovanni Battista Robletti e Bartolomeo Zannetti.

Una delle tre porte del Palazzo dell’Annunziata durante la processione del Cristo Morto con la Madonna vestita a lutto


L’incarico sulmonese conferito al Capece è confermato nel Quarto libro de’ mottetti concertati a due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto voci Op. nona e nel Sesto libro de mottetti concertati a due, tre, quattro e cinque voci
Op. duodecima, in cui il Capece si qualifica come “Maestro di cappella della Santiss. Nontiata di Sulmona.”
Nei due libri, pubblicati entrambi dall’editore romano Giovanni Battista Robletti, rispettivamente nel 1623 e 1624, compaiono due dediche: una al duca di Montenero Francesco Greco (quarto libro) e l’altra all’abate Andrea Luzii.
Non sappiamo con precisione quali fossero gli obblighi cui doveva assolvere il maestro di cappella una volta eletto. E’ ipotizzabile che egli, analogamente a quanto accadeva presso altre istituzioni simili, avesse il compito di comporre un determinato numero di brani all’anno, come Messe, Inni, Cantate e Vespri, e che dovesse altresì provvedere, in modo sistematico, anche alla realizzazione di musiche da destinare sia alla liturgia domenicale che a quella delle ore.
Del periodo sulmonese si conoscono i due libri di mottetti sopra citati, appartenuti un tempo alla ricchissima biblioteca musicale dell’abate Fortunato Santini, volumi oggi di proprietà della Diozesabibliothek di Munster in Germania.
Durante gli anni della sua permanenza nella città ovidiana, il Capece operò in un ambiente culturale ricco e stimolante. Centro favorito dalla dinastia sveva, Sulmona si distinse, fin dal XIII secolo, per la sua vitalità intellettuale. Oltre alla biblioteca della cattedrale di S. Panfilo e a quelle dei
numerosi monasteri presenti sul territorio, nella cittadina ovidiana era attivo uno Studium di diritto canonico da dove, come ricorda il Pansa, «undique confluebant studentes» Anche la presenza di una nota stamperia, aperta da Marino d’Alessandri e sostenuta dall’umanista sulmonese Ercole Ciofano, testimonia una spiccata temperie culturale. La cittadina peligna, con i suoi monumenti, le chiese, i palazzi gentilizi, le numerose botteghe orafe, la produzione della lana e della seta, la lavorazione del ferro battuto, e di molte altre attività artigianali, rappresentava un importante centro di pregio e di operosità. Posizionata sulla dorsale appenninica, lungo l’antica via degli Abruzzi che collegava Firenze con Napoli, essa era altresì considerata un fondamentale snodo commerciale tra il nord e il sud della penisola dove transitavano non solo beni e persone, ma anche correnti culturali diverse.

I PRINCIPI DI SULMONA

Non va altresì tralasciata l’ipotesi di un eventuale rapporto di mecenatismo musicale, con la Casa Santa dell’Annunziata, del principe di Sulmona Marcantonio II Borghese, nipote di papa Paolo V, il quale, come è noto, si distinse per l’appoggio dato a molti musicisti e letterati del tempo.
E’ proprio nel Seicento che l’istituzione sulmonese visse una delle sue stagioni più fiorenti dal punto di vista musicale. Infatti, oltre a poter contare sulla collaborazione di un illustre compositore come il Capece e la professionalità di qualificati esecutori, la chiesa possedeva al suo interno un imponente organo costruito sul finire del Cinquecento dal noto mastro organaro Luca Blasi. Posto nella contro parete di facciata della chiesa, lo strumento andò perso nel rovinoso sisma del 1706. A quanto tramandatoci da Filippo Destephanis nelle sue annotazioni all’Historia dei Peligni del De Matteis, esso possedeva quindici registri e due tastiere. Oltre a quello della SS. Annunziata il Blasi realizzò, per volere di Clemente VIII, anche il celebre organo detto il Clementino, costruito in Roma per la Basilica Lateranense in occasione delle celebrazioni del giubileo del 1600.

Acquasantiera sulla destra all’ingresso


Tornando al Capece, sappiamo che lo stesso restò al servizio della Casa Santa dell’ Annunziata fino al 1624, anno in cui si trasferì a Tivoli allorché fu nominato maestro di cappella con salario annuo di 72 scudi. Nel 1625 il nostro compositore pubblica il suo Secondo Libro dei Madrigali e Arie a una, due e tre voci che dedica a Getulio Nardini vicario generale e arcidiacono del duomo tiburtino e Terzo libro di madrigali a cinque voci Op. decimaterza che dedicherà al suo predecessore l’arciprete Aurelio Briganti-Colonna. Anche dopo il suo trasferimento a Tivoli, il legame del madrigalista sabino con l’Abruzzo non s’interruppe mai definitivamente, come testimoniano alcune sue Arie contenute nel Secondo Libro dei
Madrigali dedicate al duca e alla contessa Cantelmo di Popoli. Sappiamo che nel 15 aprile 1624 Urbano VIII cedette la diocesi di Tivoli a Mario I Orsini e tra le tante iniziative intraprese dal nuovo vescovo, vi fu anche quella di dare nuovo assetto alla cappella musicale che proprio in quell’anno risultava composta, oltre che dal Capece, da alcuni dei migliori cantanti e strumentisti dell’epoca. Fra questi figurava come cantore prima e come organista poi anche il nome di Giacomo Carissimi il quale restò
sotto le dipendenze del maestro reatino fino al 1626. Dal febbraio del 1627 il nuovo maestro di cappella fu il compositore tiburtino Francesco Mannelli, il quale aveva prestato servizio nella cattedrale prima come cantore e in seguito come di organista. Il Mannelli resse l’incarico fino al gennaio del 1629, anno in cui il Capece tornò alla guida della cappella tiburtina questa volta con l’assicurazione di un regolare contratto. Con esso egli si impegnava a dirigere l’istituzione musicale per tre anni senza interruzioni, per la somma di 130 scudi annui. Oltre al Capece facevano parte dell’organico della cappella anche i suoi due figli: Giovanni Battista, impiegato come cantore e Giovannantonio, come organista. Sappiamo che
quest’ultimo fu molto attivo come compositore anche in Abruzzo; fu, infatti, maestro di cappella nel duomo di Lanciano dal 1654 al 1666. Compose, altresì, le musiche del Melpomene sacra, una raccolta di
otto libretti di melodrammi sacri scritti dal canonico aquilano e accademico dei Velati Teodoro Vangelista, pubblicati nel 1669 dallo stampatore aquilano Pietro Paolo Castrati e dedicati ad Aurelia

Frontespizio del libro di mottetti del Capece


Carafa Caraccioli marchesa di Barisciano. Nel 1636 Alessandro Capece lascia Tivoli per recarsi a Napoli dove fu prescelto alla guida della Cappella Musicale della Chiesa del Gesù e del Collegio dei Nobili. Ascrivibili a questo quarto periodo sono i Responsori di Natale e di Settimana santa a quattro voci con basso continuo Op. vigesimaquinta e i Mottetti a 2 e 3 voci Op. vigesimasesta, opere stampate dall’editore napoletano Ottavio Beltramo.
E’ così documentata la presenza in città di numerose istituzioni musicali, come i conservatori, i teatri, le cappelle musicali e le accademie che animavano costantemente la vita culturale cittadina, favorendo altresì una forte committenza civile e religiosa, motivo di interesse di numerosi artisti. Possiamo, infatti, immaginare il nostro compositore coinvolto in una delle tante iniziative promosse dalla nobiltà napoletana che, in particolari occasioni, radunava intorno a sé musicisti e compositori. Una di queste potrebbe essere stata ad esempio gli “spassi di Posillipo” un’attrattiva che aveva luogo a bordo di sontuose imbarcazioni e che vedeva impegnati artisti italiani e spagnoli nell’esecuzione di musiche sull’acqua.
Sebbene le sue ultime opere pubblicate furono quelle apparse in Napoli, si presume che l’attività compositiva del madrigalista italiano si protrasse per alcuni anni ancora.

Valter Matticoli