ADESSO IL PROBLEMA E’ L’AUTONOMIA DI UNA BIBLIOTECA…

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“Il cavaliere della rassegnazione”, viaggio attraverso l’approccio fallimentaristico e cinico di una società che non cerca risorse per ritrovare il suo spirito

CURIOSE IMPOSTAZIONI NELLE BATTAGLIE PER LA TUTELA DEL TERRITORIO

2 FEBBRAIO 2020 – Grande clamore ha suscitato la nuova perimetrazione delle agenzie di promozione culturale: quella di Sulmona perderebbe la propria autonomia. C’è uno scambio di accuse sulla responsabilità di questo esito della piccola riforma.

La polemicuccia rischia di far passare in secondo piano le responsabilità per la chiusura, ormai risalente a qualche anno fa, del palazzo di Portoghesi nei pressi di Piazza Venezuela. Se si vuole andare al nocciolo del problema, i ruoli e i profili burocratici possono interessare poco; e non assumerebbero importanza maggiore anche se, invece della sede, si avrà una succursale o una dipendenza. L’essenziale è che ci siano i “giacimenti culturali”, come con pessima espressione vengono chiamati i libri, i dvd, l’emeroteca. L’essenziale è che ci siano aule spaziose e luminose; e attrezzature adeguate. Poi che non si promuovano conferenze e convegni, è argomento dibattuto ogni volta che si parla di cultura; e non è detto che la qualità di un servizio culturale emerga dalla produzione in questo senso. L’agenzia di promozione culturale è figlia di quel Centro servizi culturali che quando stava al Corso, nel palazzo “Pretorio”, era un covo di comunisti, infatuati delle tecniche di penetrazione del verbo comunista tra i giovani e gli operai; chi dissentiva era messo al bando se non addirittura perseguitato finanche nella frequentazione degli scaffali. Questo non è stato più in anni recenti, ma solo perché lo strumento dell’apparato culturale collegato ad un establishment amministrativo aveva perso il valore di longa manus, essendosi di molto infiacchita la pretesa di controllo della società da parte del disegno di partito.

Dunque, sarebbe sufficiente che i libri e il materiale in genere siano a disposizione degli utenti. E qui il nodo si può sciogliere subito, perché la chiusura del palazzetto di Portoghesi è intervenuta durante la amministrazione regionale di Luciano D’Alfonso e mentre era assessore alle aree interne Andrea Gerosolimo. Ed è intervenuta per cause da ricollegare al sisma del 2009 e a quelli successivi, mentre a L’Aquila riaprivano biblioteche che hanno riportato seri danni, tutti lautamente indennizzati per la cura e l’attenzione di politici aquilani impegnati a tutelare L’Aquila. D’Alfonso realizzava il progetto (già enunciato più volte) di trasformare Sulmona in una città di camerieri, con l’ipotesi di studiare una ideale giornata in Abruzzo, con l’alta cultura a L’Aquila, il commercio e l’industria a Pescara, il teatro a Chieti e i ristoranti a Sulmona; Gerosolimo non si sa quale progetto realizzasse lasciando chiudere un ottimo edificio come quello progettato da Portoghesi. Probabilmente era impegnato a realizzare la città dei rifiuti, con il potenziamento del COGESA.

Orbene, parlare di perdita culturale perché quella agenzia perde un livello amministrativo e tacere sulla chiusura, netta, pluriannuale, priva di prospettive di riapertura, vuol dire prendere in giro gli utenti e la cittadinanza. E’ lo stesso errore di prospettiva di chi parla di perdita delle difese istituzionali del territorio contro la malavita per la chiusura di un tribunale che non produce più di 350 sentenze civili in un anno e di una Procura della Repubblica che non arriva a 1000 iscrizioni in un anno. Se il territorio è stato impoverito per le sconsiderate politiche regionali (soprattutto per quelle sulle aree interne) ed è diventato il ritombamento di rifiuti provenienti da L’Aquila, da Roma e in minima parte dai comuni di quel territorio, sarebbe più maturo prendersela con i nomi e i cognomi dei personaggi che hanno devastato questo territorio: che non lo hanno munito di finanziamenti per risorgere dal terremoto come rinacque dopo il sisma del 1984; che non lo hanno inserito nel “cratere” (dove addirittura è stata costituita una ricca, superdotata soprintendenza al Beni artistici); che lo stavano per privare della autostrada da Bussi a Collarmele (e non è detto che non ci riescano, alla luce del fatto che gli unici ad opporsi furono i grillini, oggi penalizzati dall’elettorato). Sono nomi e cognomi che girano ancora adesso, dopo undici anni di devastazione della città e del centro-Abruzzo, in cerca di voti, come Andrea Gerosolimo, assessore nel periodo più aggressivo del progetto di D’Alfonso; o come Bruno Di Masci, che finge contrapposizione dopo il tradimento perpetrato alla città; come Annamaria Casini, che ha eseguito alla lettera i dettami di Gerosolimo e non ha riaperto neanche un palazzo comunale dopo il terremoto, anzi ne ha chiusi pure che non avevano subito danni; come Mariella Iommi, che ha lasciato scia immemorata di sé all’assessorato comunale ed ha preferito coltivare relazioni molto interne al suo partito e a livello regionale. Per non parlare delle pulci che si sono mosse con modesta astuzia nel quadro complessivo e per il minimo tornaconto bottegaio: non ne facciamo i nomi perché sono tanti che rischieremmo di far torto a chi non enunciamo.

E adesso il problema sarebbe che, mentre permane la chiusura del luogo della cultura, si sovrappongono competenze diverse per la gestione del luogo della cultura?