“A SULMONA CONTRASSI LA DIPENDENZA DA ARROSTICINI E CONFETTI”

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SPUMEGGIANTE VADEMECUM DI UN AVVOCATO, POI GIUDICE, PER SOPRAVVIVERE AI TRIBUNALI

4 MAGGIO 2019 – Di un godibile vademecum per operatori del Diritto è autore Giacomo Ebner, che adesso è giudice, ma che in gioventù è stato avvocato, cosicchè può vedere la trincea da entrambe le prospettive: “Dodici qualità per sopravvivere in tribunale (e non è nemmeno certo)” è pubblicato da Giappichelli che in genere stampa cose serie; ma non è detto che, spingendosi al di là di quel limite, non si aggiunga saggezza a serietà. Come dicevano i cinesi “Sii serio, sorridi” (e non lo dicono più dalla macelleria maoista), Ebner fa dell’ironia la chiave di interpretazione di tanti atteggiamenti strani, palesati nei tribunali e per questo difficili da affrontare.

Ebner riesce a fare di più: è anche auto-ironico, così che, immergendosi tra le cose strane, finisce per essere ancora più autorevole nei consigli che alla fine fa trapelare per chi dovesse avventurarsi nelle aule di giustizia. Infatti, torna spesso sul suo peso (non di magistrato, ma) fisico e, nelle stringate note biografiche in quarta di copertina, annota che nacque dopo dieci mesi di gravidanza e “non ha mai recuperato né il peso in eccesso né il mese di ritardo”, cosicchè “voleva diventare medico, ha preferito fare l’ammalato” ed è giunto a pesare 120 chili, realizzando il consiglio che sempre la madre gli aveva dato: cioè quello di farsi… largo nella vita.

Il crescendo pirotecnico della sua presentazione si conclude lasciandoci apprensivi per lui, che enuncia il suo motto: “siamo tutti appesi ad un filo, ed io sono anche sovrappeso”. Colpa anche del tribunale di Sulmona, presso il quale doveva difendere per “un’importante processo penale” (quell’apostrofo è l’unico messo male nelle 90 pagine che si leggono in un batter d’ali; e chissà quanto ne avrà sofferto, perché non fa ridere per niente). Ne parla quando, trattando della qualità della “resilienza”, racconta dei viaggi che da avvocato doveva fare in lungo e in largo per lo Stivale e spesso trovava rinvii all’ultimo momento (“il giudice è ad un corso di aggiornamento, l’udienza è rinviata”, come accade sempre più di frequente da quando i crediti per la formazione progressiva hanno devastato l’ordine della giustizia). A Sulmona non si trattava di questo, perché qui “pubblico ministero, giudice, avvocati e testimoni facevano a gara a chi si sentiva male all’ultimo. Rinvii su rinvii. Fu la mia rovina. Si creò una dipendenza da arrosticini e confetti da cui non sono ancora uscito, nonostante una specifica terapia “a scalare” di progressiva riduzione delle dosi. Alla parola Sulmona però non ce la faccio e corro verso il frigorifero”. Ovviamente adesso i pensosi strateghi della conservazione del tribunale di Sulmona, a base di terapia di etichettature “di montagna” o di equilibrismi statistici, sosterranno che l’ufficio giudiziario, già soppresso per legge, sarà chiuso per questo articolo del Vaschione, ma noi stiamo sempre dalla parte della verità e qualche giudice anche, come conferma il dott. Ebner.

Spunti pirotecnici sono disseminati in questo libro che a Sulmona non si vende (e sarebbe messo all’indice), perché sfida soprattutto l’ipocrisia, come quando, conservando sempre la toga, ma passando all’altra parte della trincea, Ebner fulmina i legulei che quando citano una norma di diritto premettono: “Ricordo a me stesso”. “L’avvocato – scrive l’autore – in genere l’adopera quando deve ricordare al giudice una norma o una pronuncia giurisprudenziale e ha paura di offenderlo, partendo dal presupposto che il magistrato conosce ogni dettaglio del codice. Io, consapevole delle mie conoscenze, ho sempre detto agli avvocati: “tranquillo, ricordi anche a me””.

Paragrafo a parte merita la cronica disorganizzazione degli uffici, che si traduce, prima ancora che nell’attesa di sei mesi per la fissazione di una udienza di comparizione dei coniugi, nella carenza di carta igienica nei bagni: “sono spesso senza carta e sapone… di conseguenza ci si saluta preferibilmente da lontano”. A meno che, aggiungeremmo noi, non si faccia come quel presidente di Rotary che sostiene che lui si lava quando entra nel bagno e non dopo, perché di suo è pulito.

E poi per un giudice in spirito è normale accorgersi di essere pure gabbato: “Un imputato per furto si presentò zoppicando in udienza. Mi spiegò che era impossibile che fosse lui l’autore dello scippo di cui era accusato perché la persona offesa lo avrebbe raggiunto subito. Sembrò convincente, e la persona offesa era incerta sul riconoscimento. Lo assolsi. Andò via saltellando dalla gioia. “Poteva almeno fare finta” urlai”.

Nelle “conclusioni”, il dott. Ebner racchiude delle considerazioni, che sono icastiche come tutte quelle che le hanno precedute, ma sono collocate subito dopo la citazione di una frase di John Lennon che apre il cuore all’ottimismo e alla speranza: “Andrà tutto bene alla fine. E se non andasse bene, vuol dire che non è ancora la fine”. L’autore, forse per non apparire cinico, riprende questo messaggio che spesso in tribunale è trascurato e osserva: “La legalità assomiglia alla giustizia come la briscola può assomigliare al bridge. La prima è così umana nella sua limitatezza e nel sapore di insoddisfazione che a volte lascia; la seconda quasi divina, appagante, perfetta”. Il che potrebbe far capire come le simpatie di questo letterato-giurista vadano di certo a quei giudici che non si appagano di applicare una norma con pedanteria tecnicistica. Ma in questo, come egli prosegue, debbono mettere la loro parte tutte le componenti sociali, perché “nella parola legalità è contenuta la parola lealtà. Lealtà vuol dire osservare la legge anche se nessuno ti guarda e ti punisce. In caso contrario tutto si riduce a mero esibizionismo o timore di essere sanzionato. E per osservare la legge con lealtà ci vuole tanto coraggio. Ancora più coraggio ci vuole ad applicarla sia per difendere qualcuno, sia per portare avanti un’indagine, sia per giudicare, perché non coinvolgi solo te stesso ma anche gli altri”.

E qui l’autore non scherza più; perché oggettivamente bisogna riconoscere che fa parte di un Ordine al quale hanno dato la vita persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Mario Amato e mille altri.

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