SORPRESA: IL MISERERE E’ IL CORO DEI GIOVANI

948

Stampa questo articolo
STUDIO SU UN FENOMENO SOCIALE E RIFLESSIONI SULLA PICCOLA BELLEZZA DEL VENERDI’ SANTO

31 MARZO 2019 – E’ un coro centenario, esegue brani di impronta medievale, ma si rinnova in gran parte per l’adesione di elementi giovani o giovanissimi: tra i 14 e i 21 anni si registrano i maggiori afflussi per il Coro del Miserere. Non è un fenomeno parrocchiale; non è un fenomeno di una Arciconfraternita (che pure sarebbe un modo di essere di tutto rispetto, viste le… estensioni in vari ambiti di interessi che le confraternite hanno sempre avuto e hanno): è il coro di una città, perché per l’83% è composto di persone che non appartengono ad alcuna confraternita. Insomma, è diventato espressione sociale, che meritava uno studio e che è stato studiato, con tanto di statistiche, dal prof. Pasquale Di Giannantonio.

A vivisezionare questo grande corpo mistico di una città che è sempre meno portata ad autocelebrarsi è stato anche il direttore, Maestro Alessandro Sabatini, che nel piccolo simposio del “Caffè Letterario” (“Il Miserere dei Sulmonesi”) ha cercato di rendere semplici le nozioni del bello scrivere la musica. Sabatini viene da Villa Santa Maria, legata a Sulmona da antica tradizione di valle contigua e a sua volta estensione del territorio, che dava al seminario diocesano molti proseliti.

Ma oggi a cantare nella cattedrale alla domenica delle Palme non sono più seminaristi o sacerdoti: c’è questo Coro del Miserere che cinque giorni dopo le Palme si contrae e si distende dalla Trinità alla Trinità passando per viuzze, viali e Corso e a vederlo dall’alto sembra un corpo strano, un miscuglio di un drago che si contorce nel dolore e di un bruco che cammina lasciando una scia per preparare il passaggio della bara del Cristo e della statua della Madonna trafitta dallo stiletto sul cuore.

Fu quel coro che nel 1971 affascinò Folco Quilici in un documentario incantevole, piccolo inciso dell’opera omnia dell’”Italia vista dal cielo” di Esso Standard.

Sabatini, che parlottando prima del piccolo simposio ha rivendicato le sue conoscenze delle “fettuccine alla Nicola” di un grande di Villa Santa Maria, Nicola Pavia (altro artefice della continuità tra Sulmona e la Valle dell’Aventino), si è spinto oltre nella sua analisi. Ha detto che le esecuzioni del Coro del Miserere sono le migliori d’Abruzzo e superano quelle del Miserere di Chieti, capoluogo di riferimento di Villa Santa Maria…, perché contano su una varietà più estesa rispetto alla struttura ripetitiva teatina. Quando meno te lo aspetti, quando i campanili si fanno più fragili e nessuno più combatte per loro, un forestiero porta acqua al mulino sulmonese e dà una spinta sul difficile cammino della affermazione di un turismo di spiccata effigie culturale.

Sabatini crede nel suo impegno artistico. E ne va a cercare le fonti più profonde, perché per aiutare l’uditorio nella comprensione del significato dei brani del Miserere ha raccontato la storia di Re Davide, delle sconvolgenti trappole machiavelliche che ordì, della spietatezza dei suoi piani e della sfrontatezza delle sue condotte, perché si possa oggi capire di quanto sangue grondino le parole del “Tibi soli” o dell’”Amplius”.

Chi vuole, oggi sa come spiegarsi perché la città il venerdì santo diventi il teatro di una tragedia che avrebbe poco da essere celebrata dal punto di vista etico e che non può fornire facile materiale per scenografie turistiche tranquillizzanti. Ottima idea quella di Di Giannantonio si dedicare la tesi di laurea magistrale al “Miserere” che piacque a Quilici e continua ad essere intoccabile per una città privata della sua identità e del suo spirito cameratesco dall’alito guasto di una crisi profonda, perplessa su tutte le espressioni di grande solennità perché è difficile essere solenni se i giovani possono rimanere a patto che ambiscano ad un posto al COGESA o al call center.

Tuttavia è una città che ancora si può riconoscere nella eleganza del Coro e nella scelta dei brani che furono i migliori nelle processioni del Centro-Sud, in quel frangente del Settecento governato da Napoli da Re Carlo e dal Conservatorio di San Pietro a Majella. Da lì, quasi certamente, promanò il flusso magico degli spartiti che con grande fatica Di Giannantonio e qualche altro volenteroso stanno ricomponendo perchè Sulmona non rinunci al suo piccolo grande ruolo di centro della eleganza, nel tempo nel quale si abusa della espressione di “grande bellezza”. La bellezza, infatti, può essere piccola, ma intensa, e breve al punto da durare solo una sera, trentasei ore prima di Pasqua, quando si allestisce il mistero del pentimento per una colpa immensa.

Please follow and like us: