SE L’UOMO SFUGGE ALL’ALGORITMO

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IL FUTURO DA DISINNESCARE IN UNA CONFERENZA DEL PROF. GRILLI

15 MAGGIO 2019 – Non vede un grande arcobaleno nel futuro il prof. Diego Grilli che, nel suo peregrinare lungo la civiltà del Mediterraneo nelle varie ambasciate d’Italia frequentate per professione, non si è mai lasciato sopraffare dalle nuvole. Ma interrogandosi oggi su “Quale futuro?” attenda il mondo o, più limitatamente, le nostre esistenze, ha trovato nella perdita dell’umanesimo il rischio, quasi la certezza, del mondo di domani. Quella che lui ha maturato è una accezione molto lata dell’ “umanesimo”, che confina molto con la più semplice “umanità”, quindi con quella dote che gli uomini hanno a prescindere dagli studi fatti o dal senso morale per la vita.

“PROTAGONISTI DELLA NOSTRA DISTRUZIONE”

“Penso che città lussureggianti, in Siria, dove è nata parte della nostra civiltà, non esistono più perché sono state distrutte e penso che anche la nostra “civiltà” ha concorso a distruggerle. E trovo tutto questo terrorizzante. Ma mi preoccupo di più del distacco che il nostro secolo sta portando nelle relazioni tra uomini: il nostro essere studiati in ogni nostra esigenza, il nostro essere computerizzati, quindi l’essere sorpresi nell’anticipazione dei desideri che ci attendono e che si manifesteranno; se si manifesteranno… Perchè non è detto che un sogno possa rimanere tale se viene scoperto prima. Tutto questo non c’era nel periodo delle tragedie più grandi dell’umanità e forse gli uomini son potuti risorgere perché il vedersi e il parlare faceva innescare nuove risorse; faceva girare pagina. Oggi nella prevedibilità nella quale ci confiniamo perdiamo anche il gusto di dare una sterzata alla nostra vita. E accettiamo una società che viene definita tecnologica, ma che io definisco solo meccanica”. Ha parlato con lunghe pause il prof. Grilli alla “USLE” in Via Di Giacomo, meritando la definizione di “condensato delle esperienze collezionate girando il mondo e riflettendo; e si vede”, come ha detto il Dott. Paolo Spigliati nel tirare le somme della insolita conferenza intimistico-sociologica.

Ed ha letto un passo dell’ultimo racconto che, due anni fa, ha dato alle stampe, sostanzialmente descrivendo come una donna venga trasformata in una macchina per sviluppare embrioni, che da lei vengono ingoiati senza alcun rapporto di amore, fisico o spirituale, con un uomo (tanto meno con una donna), in una proiezione di solitudine che può celarsi, ormai, solo dietro le nuvole nere del “futuro”.

MA DIETRO L’ANGOLO C’è SEMPRE UN RINASCIMENTO

Il quadro non è consolatorio e tuttavia potrà essere integrato con alcune osservazioni. Anche nelle epoche più tetre, quando era sembrato che l’uomo avesse toccato il fondo dell’abominio, c’è stata sempre una luce dalla quale si è rinati, per un istinto di sopravvivenza o solo perché l’uomo non sarebbe sopravvissuto per centinaia di migliaia di anni se non avesse avuto uno starter per cancellare l’abominio. Al punto che c’è da chiedersi se non sia questa la caratteristica che lo sottragga all’estinzione o all’auto-estinzione. La disumanizzazione che il prof. Grilli descrive nel suo racconto, disperato, disegnato con molta cura del particolare devastante, ha un punto di arrivo; nel leggerla avevamo avuto la stessa repulsa che sentimmo una volta nella vita, quando visitammo Mauthausen, con la sensazione di morte che promana dai suoi padiglioni e finanche dalle luci e ombre della vegetazione circostante, che inseguono il visitatore anche nei giorni e nei luoghi diversi fino a quando il contatto con la vita vera non riprende il sopravvento.

L’illusione che i periodi bui della coscienza non si ripetano si schianta con le repliche degli anni e decenni successivi, come nello sterminio in Cambogia con tecniche da industria della morte ancora numericamente maggiori e tecnicamente più raffinate; e come negli esperimenti di eugenetica che sono continuati nella Svezia che pure non aveva partecipato alla guerra. Ma non è questa la caratteristica dell’uomo che abbia ancora un impulso di conoscenza e di desiderio di relazionarsi con i suoi simili per comprenderne l’umanità e condividerne tratti di vita; “per l’uomo che abbia ancora curiosità” ha aggiunto il prof. Spigliati, cioè per l’uomo che non si trasforma in animale assetato di distruzione.

Alla base di ogni rinascita, che si voglia chiamarlo rinascimento anche con la minuscola, c’è sempre chi si astiene dal seguire il baratro nel quale si lanciano o si lasciano andare gli altri; un uomo che speriamo non potrà mai essere prevedibile neanche con il più perfetto algoritmo, perché costituisce, con la sua coscienza, una variabile indipendente.

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